Omelie

«Davvero inaffondabile?» Omelia del padre abate Bernardo per la XIX Domenica del Tempo Ordinario


9 agosto 2020 – XIX Domenica del Tempo Ordinario (A)
Messa Vespertina

Dal primo libro dei Re
In quei giorni, Elia, [essendo giunto al monte di Dio, l’Oreb], entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Esci e fèrmati sul monte alla presenza del Signore».
Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, dico la verità in Cristo, non mento, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua.
Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne.
Essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen.

Dal Vangelo secondo Matteo
[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Omelia:
Fratelli e sorelle è un racconto bellissimo, notissimo, che ci riporta ad un elemento oggetto della paura di un popolo seminomade come Israele, un popolo coltivatore della terra, dedito alla pastorizia, assai diffidente di tutto quello che è l’elemento idrico, diversamente dai vicini fenici. Quindi nell’orizzonte si direbbe culturale del mondo di Israele, della sensibilità alla quale appartiene anche lo stesso Signore Gesù e i suoi discepoli, l’acqua pur essendo talvolta come per i pescatori discepoli ragione di professione, è ambiente ostile.
Non a caso il racconto della creazione, chissà quante volte ve l’ho detto, inizia proprio con questa necessaria e provvidenziale separazione del bagnato e dell’asciutto, per garantire una terra ferma su cui posare con certezza il proprio piede e non a caso il lavoro al quale il Signore chiama l’uomo appena creato è, se vi ricordate bene, la coltivazione di quel giardino che Dio affida alle mani dell’uomo. Dunque non c’è dubbio, l’elemento dell’acqua è un elemento che spaventa Israele e da questo racconto che ci riporta agli inizi degli inizi, la storia di Israele è segnata proprio da una esperienza di liberazione che prodigiosamente rende asciutto il bagnato. Avete già intuito, il racconto di liberazione dall’Egitto con il vento con il quale il Signore essicca il Mar Rosso per poterlo rendere traversabile da un popolo in fuga, nella grande esperienza pasquale di liberazione.
E a pensarci bene, meglio lo direbbero gli esegeti, molti dettagli lessicali e non solo ritornano da quella notte di liberazione pasquale a questo racconto qui, anzi proprio l’accadimento che si situa nella notte, questo Gesù che improvvisamente appare camminando sulle acque, con accenti che riportano la memoria biblica dei discepoli del Signore Gesù, di coloro che, come tentiamo di fare noi, imparano a leggere la realtà attraverso la bussola e la lente della parola di Dio, tutto questo ci riporta davvero all’altra liberazione, quella appunto dall’oppressione dell’Egitto.
Qui la liberazione è una liberazione più esistenziale, una liberazione che non è determinata soltanto da un momento storico, è una liberazione che serve ieri, serve oggi, serve domani, essere liberati dalla paura, dalla drammatica e disperante percezione di essere stati sostanzialmente abbandonati da Dio.
Ecco che comunque questa pagina di Vangelo se da un lato è memoria del passato, dall’altro apre al futuro la comunità ecclesiale, e se il racconto dell’antica notte con la quale il Mar Rosso fu reso attraversabile serviva a Israele per alimentare un ricordo che riportasse al cuore cioè la presenza di Dio nella storia del suo popolo, questo racconto serviva e serve e servirà, non per ricordare, ma per imparare a sperare, per imparare a credere soprattutto e a renderci dunque uomini e donne capaci di riconoscere il Signore anche quando egli sembra mimetizzato o addirittura scomparso nell’oscurità del dolore, della paura e dell’angoscia. Ci addestra a questa qualificazione della nostra visione di fede quanto mai necessaria fratelli e sorelle, il primo testo che abbiamo ascoltato, il profeta Elia che compie un massacro per difendere il suo popolo dalla tentazione di nuovi idoli di tradizione extra rivelativa del Signore di Israele, cioè gli idoli che vengono dalla Fenicia, le varie divinità del commercio, Baal in modo particolare, per fare giustizia di questi tradimento dell’antica fede di Israele Elia compie un massacro, ma il Signore non è troppo contento di questo zelo e educa Elia in questa pagina immediatamente successiva a tale sconcertante episodio, a lasciarsi riconoscere non attraverso l’impetuosità di un fuoco purificatore, di un terremoto giustiziere, di un vento che distrugge ma, non a caso, attraverso la brezza leggera di un vento quasi silenzioso, un tentativo di traduzione di parole con le quali il testo biblico vuole proprio dirci il paradosso di un Dio che parla attraverso il silenzio, di un Dio che ci comunica la sua presenza attraverso il sibilo di una brezza leggera, impercettibile.
Fin troppo facile in fondo dire è presente Dio perché sentiamo tanti tuoni, lampi, la paura ci prende e siamo così portati a arrenderci e quindi conseguentemente ad adorare questa irruzione forte di Dio. Elia oggi invece riceve l’insegnamento, che condivide con tutti noi, di una qualificazione della nostra capacità di ascolto e di riconoscimento della presenza di Dio in questa brezza leggera, l’importante è che soffiasse un po’, per questo ho chiesto a Paolo di aprire la porta, a parte che è opportuno anche perché l’areazione di un locale semichiuso come questo è funzionale a scongiurare il contagio, Dio lo voglia, ma è anche perché così se le mie parole vi risultano pesanti e stancanti, questo ventolino vi fa un po’ capire, ecco, cosa voglia significare questa bella pagina del profeta Elia.
E adesso con questo vento nel quale siamo invitati a cogliere la presenza del Signore anche quando si direbbe niente cambia o tutto resta uguale a sé stesso, la novità non esiste, la speranza è illusione etc, possiamo arrivare a questa splendida pagina di Vangelo, una pagina di Vangelo nella quale siamo tutti invitati davvero a togliere dal nostro orizzonte di vita quel “se”, “se tu sei il Figlio di Dio”.
Così si sentirà dire il Signore Gesù sulla croce, di nuovo un ipoteto, un condizionale, una riserva, a quella fiducia che invece il Signore ci chiede per poter essere accolto in pienezza quale lui è, forma umana dove abita la pienezza divina, questo è il Signore Gesù: forma umana nella quale abita la pienezza divina.
E dunque fratelli e sorelle, occorre davvero uno sguardo intelligente, cioè che legge dentro, per riconoscere nella forma umana del Signore Gesù la pienezza della presenza divina e questa prospettiva è estranea alla dimensione del portentoso, del prodigioso, del magico, è la prima tentazione dei discepoli che vedono una figura camminare sulle acque: è un fantasma!
Ma Gesù non è un fantasma fratelli e sorelle, certo, avrebbe potuto stupire continuarci a stupire con si direbbe sortilegi di questo tipo, ma la forma umana dove abita la pienezza divina è tale, non per guadagnare un facile stupore e dunque una inevitabile approvazione, per non dire successo, la forma umana dove abita la pienezza divina è per dirci anzitutto quanto siamo amati dal Padre celeste che ci dona Gesù, uomo come noi e in questa sua umanità analoga alla nostra, colmare di presenza divina il suo Figlio perché nella nostra storia ci insegni a guardare tutto in modo diverso, con la lente dell’amore, con la donazione dell’amore, con la gratuità dell’amore, è per questo che è necessario aderire alla forma umana dove abita la pienezza divina se vogliamo che le nostre vite tornino ad essere leggere, si direbbe con una espressione inaffondabili, anche di fronte alle situazioni più difficili e sofferte. Gli uomini ci hanno provato, a diventare capaci di costruire cose inaffondabili, il relitto del Titanic ci dimostra ancora una volta il lungo capitolo delle presunzioni umane, anche se l’idea era e resta buona, io non sono un ingegnere, un fisico come Paolo ma credo che ancora oggi il metodo sia quello: compartimenti stagni, sicuri, vuoti, che permettano di galleggiare.
Ma non è la via scelta dal Padre per salvare la condizione umana, non si tratta di questo vuoto meccanico, presuntuosamente sigillato in sé stesso per renderci per l’appunto inaffondabili, è al contrario lasciare che la pienezza divina abiti in noi, questa pienezza non è pesantezza, anzi, è la leggerezza dell’amore che si accorge la difficoltà, la sofferenza, il rischio che corre la nostra condizione umana e in nome di questo amore non teme di attraversare l’impossibile per rendere possibile questa esperienza di amore e di salvezza, come ben sa Pietro che attenzione, finchè guarda il Signore Gesù cammina sulle acque, quando inizia a guardare l’inguardabile, il vento, ecco che inizia ad affondare preso dalla paura.
Allora fratelli e sorelle, consegniamoci al Signore Gesù con intelligenza, con umiltà, con sapienza, non si tratta di mortificare le nostre potenzialità, non si tratta di rinunciare ad essere intelligenti, non si tratta di abortire le domande, non si tratta di livellare i nostri talenti, non si tratta di spengere i nostri carismi, al contrario si tratta di credere possibile l’impossibile e di essere testimoni di questa ulteriorità non che le nostre forze, qui la vera intelligenza della fede, ma lasciandoci abitare dalla pienezza divina che come nel corpo del Signore Gesù potrà essere anche nei nostri umanissimi corpi, se li apriamo a questa grazia, con l’ascolto della parola, con il nutrimento dell’Eucaristia, cioè con la possibilità, dal di dentro, di fermentare e lievitare il nostro cuore perché, anche nella nostra forma umana, abiti la pienezza della vita divina e saremo anche noi leggeri.
Noi benedettini amiamo un episodio che ci racconta Gregorio Magno dove il discepolo Mauro, vedendo l’altro discepolo di Benedetto, Placido, affondare, su comando di San Benedetto corre a salvarlo e cammina sulle acque, Mauro torna da San Benedetto e gli dice: è successa questa cosa prodigiosa – San Benedetto gli dice: per forza, hai obbedito, non potevi non essere leggero- e San Mauro gli dice : no, ero leggero perché tu padre mi hai comandato di andare a salvare Placido
E comincia un bellissimo ping-pong nel quale un santo attribuisce all’altro il merito del prodigio, ma questo racconto ci dice che cosa? Ci dice, molti secoli dopo, che l’apertura alla parola di Dio, l’apertura al fermento eucaristico, l’apertura al vento dello Spirito, rende possibile l’impossibile e questo è il paradosso che dobbiamo testimoniare a questa nostra realtà che invece va alla ricerca dei fantasmi, fratelli e sorelle, di qualsiasi specie e colore, cioè va alla ricerca del prodigioso, del sensazionale, del presunto straordinario, facendolo diventare l’idolo con il quale assicurarci, se ci crede, i favori del cielo o comunque i successi della terra.
E’ inadeguato tutto questo, questo sì, alla nostra intelligenza.
Dovrebbero essere, diciamocelo con tutta umiltà, dovrebbero essere piene le nostre chiese di persone che come voi sapientemente non stanno ad ascoltare Padre Bernardo, sia ben chiaro, stanno ad ascoltare questa inedita possibilità secondo la quale l’impossibile è alla nostra portata in nome di un amore con il quale rinunciare a noi stessi per diventare leggerezza impossibile.
Questa è la logica della croce del Signore Gesù, non a caso il racconto è chiaro, Gesù ha appena fatto i miracoli della moltiplicazione del pane, un’onda di successo lo sta per travolgere ma egli si ritira da solo in disparte sul monte, verso il Padre, con il Padre, verso la Pasqua, verso la croce, è questo spogliarsi del Signore Gesù che lo rende leggero, in grado di affrontare il male.
Ecco allora fratelli e sorelle, ne abbiamo abbastanza per cogliere una prospettiva di Pasqua anche per le nostre vite, ne abbiamo veramente tanto bisogno, tutti noi siamo così scossi, la nostra comunità in modo particolare per i suoi legami forti con il Libano, dall’ attentato, esplosione, attentato, chissà mai cosa sarà stato che ha distrutto mezza città, e quindi sentiamo davvero attraverso mille indizi quanto a prima vista questa nostra vita sia così, di una leggerezza senza senso, vacua, da essa non ci difendono i compartimenti stagni, ci difende l’amore, quell’amore che ci fa svuotare per essere colmi di quella pienezza divina che rende le nostre vite leggere, adoranti del Signore e a disposizione degli altri. Amen!

Trascrizione a cura di Grazia Collini

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