Omelie

«Un Signore che è mare infinito di vita». Omelia del padre abate Bernardo per la XVIII Domenica del Tempo Ordinario

Domenica 5 agosto 2018 – XVIII domenica del tempo ordinario (B)

 

Dal libro dell’Èsodo
In quei giorni, nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne.
Gli Israeliti dissero loro: «Fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatto uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine».
Allora il Signore disse a Mosè: «Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina o no secondo la mia legge. Ho inteso la mormorazione degli Israeliti. Parla loro così: “Al tramonto mangerete carne e alla mattina vi sazierete di pane; saprete che io sono il Signore, vostro Dio”».
La sera le quaglie salirono e coprirono l’accampamento; al mattino c’era uno strato di rugiada intorno all’accampamento. Quando lo strato di rugiada svanì, ecco, sulla superficie del deserto c’era una cosa fine e granulosa, minuta come è la brina sulla terra. Gli Israeliti la videro e si dissero l’un l’altro: «Che cos’è?», perché non sapevano che cosa fosse. Mosè disse loro: «È il pane che il Signore vi ha dato in cibo».

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni
Fratelli, vi dico e vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani con i loro vani pensieri.
Voi non così avete imparato a conoscere il Cristo, se davvero gli avete dato ascolto e se in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù, ad abbandonare, con la sua condotta di prima, l’uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli, a rinnovarvi nello spirito della vostra mente e a rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».
Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».
Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».
Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».
Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

 

Omelia:

Fratelli e sorelle quale potrebbe essere la forte ragione per la quale, anziché sulla spiaggia o all’ombra di qualche meta di montagna al fresco, siamo invece misteriosamente raccolti qui, quale ragione ci ha spinto a dedicare una porzione tutto sommato non banale del tempo di questa domenica per un momento apparentemente inutile, improduttivo, senz’altro di non immediata e tangibile utilità?

Ecco, mi piace sollevare questo interrogativo per restituire a ciascuno di noi la consapevolezza della fecondità, ovviamente, di questo istante di libertà, di gratuità, di inoperosità che abbiamo destinato all’intelligenza del nostro cuore e al cuore della nostra intelligenza, e l’abbiamo fatto in realtà fidandoci anche di uno scenario che certo ormai non può più competere con le grandi tecnologie digitali che sanno trasformare il nostro piccolo telefono in paesaggi virtuali, ma che, con qualche avvertenza iniziale come ho cercato di darvi all’inizio, effettivamente, almeno per tanti secoli, ha rappresentato una modalità straordinaria, virtuale e reale allo stesso tempo di viaggiare nello spazio, voi poi avete lasciato le vostre parrocchie vicine alle vostre case per salire su una piccola montagna ma, al di là della distanza grande o piccola che sia, San Miniato, come in realtà ogni organismo architettonico ecclesiale, è davvero proiezione in terra niente di meno che della Gerusalemme celeste, quindi un altro spazio, ma anche un altro tempo, quindi non solo lo spazio geografico, ma anche un tempo, un tempo che ci proietta e nello stesso tempo nella memoria, attraverso il sondaggio e il recupero della antiche parole, degli antichi gesti di Israele e in modo tutto particolare del Signore Gesù, ma soprattutto un viaggio verso il futuro del tempo che verrà, che anticipiamo, proiettando proprio in una prospettiva vertiginosa ed abissale quel passato nel futuro nel quale saremo e nel quale il Signore ci ha dato un appuntamento, nel quale riconoscerci come felicissima sintesi del presente, del passato e del futuro e che è oggi evocato dalla parola che abbiamo ascoltato.

Sì, perché il Signore ci educa a questa continua traslazione del passato nel futuro, della memoria nella speranza attorno a questo nucleo essenziale, solido e leggero che costituisce la vitalità di ciascuno di noi che è per l’appunto l’appetito, la sete, la fame, ma anche la sazietà, il sentirsi dissetati, la gioia del convivio, non di meno la fatica per arrivare al convivio e poi questa sorta di leggera ebbrezza che segue al convivio di cibi e di vini succulenti.

Ecco questo nucleo così profondamente umano che, magari l’estate ci potesse dare la grazia di poter vivere con amici, con i nostri cari momenti si direbbe oggi di relax, tutto questo è la filigrana umanissima e divinissima con la quale, e attraverso la quale, il Signore si fa riconoscere, fratelli e sorelle, in una vertigine straordinaria che annette e connette l’estremamente umano con l’estremamente divino. Ed è su questo crinale che io vi invito a riconoscere da un lato l’affidabilità di un Dio simile che non ci dà appuntamento nelle astrazioni filosofiche, ma nella concretezza della fame e della sete e nello stesso tempo, fratelli e sorelle, anche la sottolineatura dell’importanza di tornare qui, ogni domenica, anche se parrebbe improduttivo, per restituire alla nostra umanissima quotidianità una chiave di lettura divinissima con la quale riscoprire proprio orizzonti ordinari nei nostri giorni, le nostre mense a casa, le nostre tavole, possibilmente anche, perché no, sotto un tetto di paglia sulla riva del mare, insomma tutta quella umanità che finalmente possiamo rileggere come prospettiva nella quale si è fatto strada in pienezza l’amore di Dio, perché il suo interesse era lasciarsi, nemmeno conoscere, riconoscere, dalla fame e dalla sete dell’uomo.

Proprio questa parola conoscenza è al centro dell’espressione paolina, voi non avete fatto come i pagani, ha detto Paolo, con i loro vani pensieri, ma avete imparato a conoscere perché avete imparato ad ascoltare la sua parola, questo conoscere, questo ascoltare, questo rinascere come uomo nuovo nella prospettiva di un incontro fecondo con la persona di Cristo, riletto a tutti in una prospettiva biblica, dice ancora una volta il rifiuto netto di Paolo ed in fondo della grande tradizione della Chiesa nel rischio di trasformare il mistero del Vangelo in astrazione ideologica, in competenza teoretica, in raffinatezza filosofica.

Niente di tutto questo. Il Vangelo, fratelli e sorelle, è irruzione di vita e proprio per questo è conoscenza, cioè amore, anzi di più, fare l’amore con l’esperienza della presenza di Dio che, come amore, chiede, dona, genera, trasforma amore e in amore la nostra vita.

Altrimenti la nostra visione dell’Eucaristia diventa solo e soltanto un appuntamento con una sorta di dogma a cui dobbiamo credere più con la forza del ragionamento, se mai ci riuscisse, che con la passione del cuore, ci dice il prete che dobbiamo credere che il pane sull’altare è il corpo del Signore, va bene, ci crediamo, abbiamo fiducia in quello che ci può dire con passione Padre Bernardo, ma credete, sarebbe una squalificazione del mistero che invece vorrei leggessimo partendo più che dalle mie convinzioni dalla vostra fame, dalla vostra sete, dalla nostra riscoperta di un desiderio che abita il nostro cuore che, con la grande immagine-esperienza della fame restituisce alla nostra condizione umana quel suo tratto di potenzialità e nello stesso tempo di incompiutezza che disegna così traiettorie sempre nuove: questo Gesù che si allontana, non a caso precede gli altri, attraversa la riva, sconfina nell’alto mare perché lo dobbiamo cercare, desiderare, seguire perché cercare lui è in fondo fratelli e sorelle, scoprire di aver bisogno di cercare un altro e un nuovo, Bernardo, Marco, Costanza, Ranieri, Costantino, i nostri nomi insomma, che rimettiamo insieme perché non possiamo accontentarci mai di quello che siamo stati finora e abbiamo bisogno di proiettarci nella luce infinita di un Cristo, traiettoria dinamica, in una prospettiva che dà sempre nuova forma alla mia esistenza. E la miccia, la benzina, l’energia, il motore di tutto questo non può essere, fratelli e sorelle, solo la provvisorietà dei nostri malfermi condizionamenti e propositi psicologici, è un fuoco che un altro accende dentro di noi, se ce lo facciamo accendere e questo fuoco è davvero il fuoco che ha cotto il pane senza farlo lievitare, perché fossimo noi a lievitare col suo amore.

Ecco, questa prospettiva, io penso, io spero, io credo, restituisce all’Eucaristia una traiettoria, una trasversalità esistenziale finalmente nelle nostre vite, fratelli e sorelle.
Per questo lasciatemi dire, in senso buono eh, mi raccomando, vi compatisco che non siete al mare e in montagna e che non sia solo qui a celebrare la Messa, sperando che siate più al fresco di questa nostra Firenze, ma nel contempo, già che siete qui trasformiamo questa compassione in esaltazione e riconosciamo che in questa prospettiva qui, anche il frammento più consueto, arso dal sole, della terra che tutti i giorni calpestiamo e tutti i giorni viviamo, per non dire sudiamo, può diventare un’irruzione di novità, una ispirazione di diversità, un’energia davvero di novità che vogliamo accogliere in pienezza perché il Signore Gesù questo propone ai nostri cuori e la prospettiva -e chiudo- con la quale questa nostra vita si qualifica in un fare diverso, per essere diverso, è sempre, più che mai, questo gesto di sola apparente arresa e che in realtà è davvero fare spazio, ascolto, accoglienza. Lo avete ascoltato, la domanda delle domande, che cosa dobbiamo compiere per fare l’opera di Dio?

Questa è la grande domanda che tutti noi ci poniamo, dandoci una presuntuosa risposta, noi possiamo fare, facendo rispondiamo a queste nostre attese, a questi nostri desideri e il Signore dice, no non fate niente, fermatevi, l’unica grande cosa da fare è credere in colui che il Padre ha mandato, cioè credere nel Signore Gesù, questo gesto bellissimo di accoglienza fratelli e sorelle.

Per questo è bellissimo che questa parola risuoni nel cuore dell’estate quando tutti, almeno oggi pomeriggio dovete, dobbiamo, io no perché ho la Messa, ma voi sì, scappare da Firenze, andate a Vallombrosa, andate al mare, vi mettete sulla spiaggia, sotto un abete, aprite il vostro cuore e con fede accogliete l’amore di Dio, e credete!

Davanti al mare, davanti al cielo, sotto una foresta, davanti alle onde, nel vento, credete, credete, accogliete, accogliete, custodite, lasciatevi saziare, lasciatevi dissetare, lasciatevi amare!

 

Trascrizione a cura di Grazia Collini

Fotografia: REUTERS/David Gray

 

 

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