«Si faccia avanti chi sa fare il pane». La trascrizione della meditazione sul Natale del padre abate Bernardo

«Si faccia avanti chi sa fare il pane». La trascrizione della meditazione sul Natale del padre abate Bernardo

Omelie e meditazioni

Meditazione sul Natale. Ascolto, gesti, parole e preghiere per incamminarsi a Bethlemme

Padre Bernardo

Martedì 20 dicembre 2022

Il nostro incipit è un incipit lirico anche se è una lirica scabra, petrosa come lo sono alcune liriche giovanili di Dante Alighieri, perché vogliono portarci fratelli e sorelle nella consapevolezza, talvolta dimenticata, che questo sarà per la nostra Europa un Natale di guerra e quindi dalla guerra e forse nella guerra vogliamo, vorremmo, se non parlare quanto meno avere presente per lasciarci condurre dalla forza dell’amore dello Spirito Santo ad una consapevolezza di una umanità che scoprendosi amata possa diventare più lucidamente, appassionatamente testimone di amore. I versi sono di Claudio Damiani:

“Per indossare l’armatura oggi ho impiegato due ore, la battaglia invece è durata pochi minuti, per togliermela ho impiegato tutto il pomeriggio, domani non me la tolgo, vado a dormire tutto vestito come in una bara di ferro”.  

Da questa immagine sepolcrale, assurda, paradossale, può prendere le mosse la nostra meditazione sul Natale perché meditare il Natale significa fratelli e sorelle, invocare la pace, anzi di più gustare la pace, Gesù è il Messia, il germoglio che spunta dalla terra fecondata dal cielo, per annunciare la pace, essere strumento di pace, profetizzare il compimento della pace quando come si attende Isaia, le armi diventeranno strumenti per coltivare la terra e dare cibo a chi non ne ha.

La guerra come dicevamo insanguina le porte orientali del nostro continente, nella liturgia di questo giorno abbiamo già cantato e invocato Gesù con questa meravigliosa immagine. “O chiave di Davide che apri le porte del Regno dei cieli, vieni e libera l’uomo prigioniero che giace nelle tenebre”.

Stasera è bello pregare Gesù come chiave che apra le porte insanguinate dell’oriente europeo, facendovi entrare lo Spirito della pace, la risoluzione della pace, il metodo della pace, la consapevolezza della pace, la responsabilità della pace. Le porte d’oriente del nostro continente potrebbero essere il segno che inaugura una stagione di pace per l’umanità intera, può sembrare folle, irragionevole, scomodo, presuntuoso, fuori luogo, sognare tutto questo e in realtà noi lo vogliamo fare, abbiamo appreso dal Vangelo di domenica scorsa come il sogno di Giuseppe sia il segno con cui si fa strada la volontà di Dio.

Scrive Florenskij in una delle sue più drammatiche lettere vergate nel gulag dove fu prigioniero nel 1937:

“Mi stupisce l’assurdità delle azioni umane che hanno il loro culmine nelle guerre e che non trovano giustificazione nemmeno nell’egoismo, perché gli uomini agiscono a scapito anche dei propri interessi. Della componente morale non parlo neanche. Dappertutto spergiuro, menzogna, inganno, uccisioni, servilismo, mancanza di qualsiasi principio. I legami di parentela si sviliscono, la legge si crea e si abolisce per far piacere alla necessità del momento, e comunque non viene rispettata da nessuno. (…) La mia conclusione (del resto, sono giunto ad essa già da tempo) è questa: nell’uomo c’è una carica di furore, d’ira, di istinti distruttivi, di odio e di rabbia, e questa carica tende a riversarsi sulle persone circostanti, contrariamente non solo ai dettami morali, ma anche al vantaggio personale dell’individuo. Nelle guerre l’uomo si lascia prendere dal furore per pura brutalità. (…) Col loro attivismo, questi elementi rapaci dell’umanità arrivano a occupare i posti dirigenziali della storia, e costringono pure il resto dell’umanità a diventare rapace”.

Straordinaria questa diagnosi di Florenskij, segnata da una cupezza forse eccessiva, anche da un lessico sorprendente in un grande teologo dell’oriente, l’individuo piuttosto che la persona, ma è difficile fare poesia in un gulag, è difficile sognare in un gulag e tuttavia noi assieme alla bara di ferro di Claudio Damiani e a questo sguardo oscuro di Florenskij sul proprio tempo che tanto assomiglia al nostro tempo, prendiamo le mosse per essere scossi dal Natale, sorpresi dal Natale, convertiti dal Natale. Credo che davvero questo Natale debba essere un Natale di conversione, un Natale in cui lo stupore, la meraviglia, nonostante la consuetudine natalizia segnalata dagli armamentari tipici dell’economia e del commercio natalizio, debba infondere nel nostro cuore una persuasione quasi infantile capace di risolvere l’istinto e la brama che ci abitano dentro come suggerisce la pagina di Florenskij per lasciare spazio a una sensazione di pace, di grazia e quindi di speranza, essere amati senza perché per diventare capaci di amare senza perché, questa vorrebbe essere la traccia di questa nostra meditazione che parte, torno a dirlo, da questa lucida diagnosi che usa parole fortissime, furore, ira, istinti distruttivi, vantaggi e ancora attivismo che ci rende rapaci, questa parola è il contrario della vostra umiltà, pazienza e disponibilità con cui stasera avete fermato l’inevitabile attivismo di queste ore per mettervi al riparo in questo luogo, fermarvi, lasciarvi, temo annoiare, dalla mia parola, ma lasciarvi sorprendere da ciò che la pur noiosa parola vuole presentarvi, lo stupore, la meraviglia della pazienza, della fedeltà di Dio che celebriamo attraverso quello che può sembrare un meccanismo di una oggettività disarmante, il ritmo liturgico, il tempo scandito dalle campane liturgiche che fra qualche giorno segnaleranno con la loro festosa esultanza, l’arrivo del Natale. Ma va bene, al meccanismo della nostra istintività aggressiva va benissimo che sovrasti il meccanismo della liturgia, essa annuncia però la libertà dell’amore di Dio, per questo siamo lieti di entrare in questa esperienza immersiva che è rappresentata dalla bellezza di San Miniato, fatta per la liturgia, capace di esprimersi attraverso la liturgia e che oggi più sommessamente parla all’intimità delle vostre persone, dei vostri cuori, facendosi eco di una parola, la parola Gesù Cristo, incarnata nella notte di Betlemme per rammendare, riparare la lacerazione apparentemente invincibile costituita da quel furore di cui ci ha parlato Florenskij, un furore che addirittura rende l’uomo capace di ritorcersi contro se stesso, svantaggiandosi attraverso la violenza, oltre che mancando al rispetto della legge morale scritta nel nostro cuore sotto un firmamento di stelle.

San Massimo il Confessore ha una meravigliosa diagnosi circa l’effetto del peccato, è scritta secoli fa ma sembra davvero dirci il perché e il come le conseguenze della guerra: “L’unica natura si è frantumata in innumerevoli frammenti e pur essendo della stessa natura siamo divenuti scempio gli uni degli altri come animali striscianti”.   Bellissima questa affermazione di San Massimo il Confessore, bellissima perché segnala il paradosso della guerra, questo contrapporci gli uni contro gli altri, dovremmo essere consapevolmente lucidi nel riconoscerci l’uno riflesso dell’altro, l’uno vocazione alla partecipazione all’altro, alla vita dell’altro, ma la frantumazione e la contrapposizione generata dal furore di quella brama istintiva che porta ad essere l’uno contro l’altro nell’affermazione orribile del nostro peccato, ci rende inevitabilmente una contrapposizione incurabile e che è davvero l’esito del peccato secondo questa bellissima diagnosi che di essa ci offre il 28 aprile del 1936, ancora una volta il grande teologo scienziato russo Florenskij:

“Il peccato è una “autoaffermazione inospitale” – mi piacerebbe che di tutta questa serata insieme cari fratelli e sorelle, amici e amiche, vi portaste a casa questa definizione del peccato, siamo lontanissimi da moralismi d’accatto, da raccomandazioni che agiscano su un moralismo che agiti l’esecuzione formale delle nostre presunte buone azioni, qui la parola peccato ha una pregnanza che riguarda il nostro cuore, la sua deficienza di bene, il suo peccare, il suo mancare nell’essere quello che dovrebbe essere, partecipazione anzitutto alla relazione vitale e orizzontale con gli altri che non sono il mio inferno, ma al contrario, il mio possibile paradiso e tutt’altro che la ragione con cui esprimere nell’esercizio della rivendicazione la possibilità di fare scempio degli altri per affermare noi stessi. L’autoaffermazione inospitale è una definizione bellissima, che ci invita ad essere accoglienti, che ci invita a ridurre le pretese del monoteismo del nostro io, che ci invita a fare spazio alla nascita di Cristo, a questo suo essersi avventurato nel deserto del nostro peccato, rischiando quello che effettivamente ha patito, la inospitalità del nostro furore, della nostra brama di essere a tutti i costi centro della storia e del cosmo. “Il peccato è una “autoaffermazione inospitale” cui si oppone lo sforzo –scrive Florenskij- di “vedere nell’altro realmente la persona che ami” – stasera la penombra di questo luogo guarisce la nostra pupilla, la apre a uno sguardo nuovo che è lo sguardo con cui Dio ci guarda, dal basso verso l’alto, come ha fatto Gesù, deposto nella mangiatoia, non ce lo dimentichiamo mai, Gesù ci guarda dal basso verso l’alto appena nasce, questo è il picco della sua umiltà, della sua mitezza, ci guarderà dall’alto verso il basso soltanto quando sarà elevato sulla croce e se lo farà, lo farà solo e soltanto per la stessa identica ragione per cui ci ha guardato dal basso verso l’alto appena nato, per salvarci, per includerci nel disegno di amore di quel Padre che grazie a lui possiamo chiamare Dio amore.

“vedere nell’altro realmente la persona che ami” per la “ferma convinzione che al mondo niente si perde, né di bene né di male, e presto o tardi lascerà il suo segno. (…) –scrive Florenskij- Nulla si perde completamente, nulla svanisce, ma tutto si custodisce in qualche tempo e in qualche luogo. Ciò che è immagine del bene e ha valore rimane, anche se noi cessiamo di percepirlo…senza questa consapevolezza la vita si perderebbe nel vuoto e nel non senso.

Capite bene perché io attinga stasera in modo molto rapsodico dalla grande sapienza russa perché noi vogliamo essere in pace col popolo russo, noi amiamo la Russia, noi amiamo i fratelli e le sorelle russe, noi amiamo i fratelli e le sorelle ukraine, questa città ha ospitato Andrej Tarkovskij, questa città ha ispirato grandi artisti, scrittori, pensatori russi, uno fra tanti Dostoevskij, questa città è la città che vuole, vorrebbe essere, deve essere, ospitale, questa città deve essere davvero un luogo in cui si impara a sognare una umanità che lotta contro il peccato per fare spazio al mistero accogliente della grazia che ci educa, lo ascolteremo fra breve, ad una consapevolezza che non può che risolversi in un abbraccio fraterno e veramente universale con gli altri.

E allora fratelli e sorelle la consapevolezza della responsabilità delle nostre azioni, a questo ci invita Florenskij, lasciare il suo segno, nulla si perde, bellissime queste espressioni che segnalano come il nostro agire sia davvero operare un taglio, lasciare un indizio, una possibilità, generare qualcosa che si contrappone, come potenziale bene o potenziale male, ed è in questa riassunzione della responsabilità che sentiamo la cupezza del primo grande passaggio che abbiamo ascoltato di Florenskij come una possibilità di cambiamento, torno a dirla questa parola un po’ invecchiata, di conversione, noi vogliamo opporci al vuoto e al non senso convertendo i nostri cuori, acquisendo una volta di più la consapevolezza che non è affatto vero che le nostre azioni non hanno conseguenze, sono soltanto gesti di fatto slegati gli uni dagli altri. No! Ognuno di noi è chiamato a costruire e vivere, generare una storia di salvezza ispirato stasera dalla scossa natalizia con cui si inaugura la storia di salvezza di Gesù, il nostro salvatore, l’Emmanuele, il Dio con noi.

Ha scritto con grande lucidità e bellezza in questa prospettiva che credo non si fatichi a cogliere, sia da parte mia un ennesimo piccolo povero frammentario confuso ma appassionato tentativo di ribadire l’umanesimo, ha scritto Giovanni Paolo II nel 2005:

Fin dalle origini, l’umanità ha conosciuto la tragica esperienza del male e ha cercato di coglierne le radici e spiegarne le cause. –Attenzione!- Il male non è una forza anonima che opera nel mondo in virtù di meccanismi deterministici e impersonali. Il male passa attraverso la libertà umana. Proprio questa facoltà, che distingue l’uomo dagli altri viventi sulla terra, sta al centro del dramma del male e ad esso costantemente si accompagna. Il male ha sempre un volto e un nome: il volto e il nome di uomini e di donne che liberamente lo scelgono. Riprecipitiamo nella cupezza di una diagnosi che ci disturba perché negarlo fratelli e sorelle? Ci disturbano queste parole di Giovanni Paolo, sentiamo la sua teologia morale quasi una antiquata riaffermazione di una responsabilità che volentieri liquideremmo in questa sorta di melassa disimpegnante e disimpegnata di deresponsabilizzazione con la quale crediamo fratelli e sorelle di lasciar libera la nostra libertà, ma in realtà la depotenziamo la nostra libertà, depotenziamo l’uomo, depotenziamo le nostre scelte, depotenziamo il gusto, la passione, l’obbligo di scrivere la storia. Ecco perché queste frasi di Florenskij che ci avvertono come senza la consapevolezza della responsabilità la vita si perderebbe nel vuoto e nel non senso, ed ecco perché questa affermazione apparentemente così scomoda e scocciante per cui il male ha sempre un volto e un nome, di uomini e di donne che liberamente lo scelgono, sono già, fratelli e sorelle una campana natalizia di liberazione, di guarigione, di avvertimento, qualificante della bellezza del nostro essere uomini e donne tutt’altro che animali striscianti, con rispetto, sia chiaro, per gli animali che se strisciano lo fanno solo per obbedienza al loro essere mirabilmente animali, creature. Noi abbiamo potenzialità ulteriori che stasera, commossi e toccati dall’intelligenza del Natale riscopriamo per proseguire la storia di salvezza che Gesù ha inaugurato guardandoci dal basso verso l’alto. Continua Giovanni Paolo II in questo bellissimo passaggio, era il messaggio con cui annunziava la giornata della pace del 2005:

La Sacra Scrittura insegna che, agli inizi della storia, Adamo ed Eva si ribellarono a Dio e Abele fu ucciso dal fratello Caino (cfr Gn 3-4). Furono le prime scelte sbagliate, a cui ne seguirono innumerevoli altre nel corso dei secoli. Ciascuna di esse porta in sé un’essenziale connotazione morale, che implica precise responsabilità da parte del soggetto e chiama in causa le relazioni fondamentali della persona con Dio, con le altre persone e con il creato. – vedete come già Giovanni Paolo II in realtà, prima ancora Paolo VI, avevano iniziato in nuce certamente ad elaborare una teologia ecologica del creato, nel segno della responsabilità, nel segno di una ritrovata consapevolezza armoniosa dell’uomo e della donna che non possono e non devono pensarsi al centro dell’universo, come già ci avvertiva Simone Weil con grande lucidità, porsi ai margini, in silenzio, in ascolto, così si fa strada all’amore che con responsabilità, cambia la storia, così avvertiva già Simone Weil. Ecco allora bellissima questa riacquisizione di una responsabilità giocata tutto nell’ordito delle relazioni, sconvolta dalla guerra, esercizio di un furore che in realtà ci abita anche se nessuno di noi o pochissimi di noi, hanno il porto d’armi; io non ho il porto d’armi eppure so benissimo che anche nel mio cuore ci sta un furore, ci sta una brama, ci sta una tentazione di affermare me stesso a spese dell’altro, ci sta la brama di guardare gli altri dall’alto verso il basso e non per salvarli, per giudicarli, per dominarli, per manipolarli. Sembro eccessivo fratelli e sorelle ma credo che sia la lucidità che la trepidazione e la commozione del Natale genera nell’intelligenza con cui tornare a guardare la nostra umanità alla luce dell’incanto, della gratuità natalizia e scendere con esse in profondità, senza fermarci alle pellicole dell’emotivo, dei catarifrangenti, delle luci alternanti del Natale che servono, devono servire a cambiare il volto della nostra città, è molto importante che ci sia il segno della festa, ma dobbiamo anche avventurarci nel profondo dell’oscurità per tornare a desiderare e forse addirittura scovare la sorgente della vera luce. Scrive ancora Giovanni Paolo:

A cercarne le componenti profonde, il male è, in definitiva, un tragico sottrarsi alle esigenze dell’amore. –Bellissimo!- Il bene morale, invece, nasce dall’amore, si manifesta come amore ed è orientato all’amore. Questo discorso è particolarmente chiaro per il cristiano, il quale sa che la partecipazione all’unico Corpo mistico di Cristo lo pone in una relazione particolare non solo con il Signore, ma anche con i fratelli. La logica dell’amore cristiano, che nel Vangelo costituisce il cuore pulsante del bene morale, spinge, se portata alle conseguenze, fino all’amore per i nemici: « Se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete dagli da bere » (Rm 12, 20).

Mi vengono in mente innumerevoli pagine di guerra, in cui uomini e donne al di là della divisa, dell’uniforme, delle armi contrapposte, degli obblighi, subiti dai comandi che dovevano eseguire nella nudità, nella ferita, nella solitudine del campo di battaglia, si sono potuti abbracciare, riconoscere, che c’era un’istanza più profondo delle contingenze e ragioni politiche che subite li condizionavano fino a diventare omicidi. Che questa consapevolezza che ci riporta all’essenziale della nostra umanità abiti sempre fratelli e sorelle la limpidezza del nostro cuore, la consapevolezza della nostra intelligenza, il senso della nostra vera vocazione, nei campi di battaglia della nostra quotidianità, dalla strada, dal quartiere, dal rione, dai nostri appartamenti, le nostre case, i luoghi di lavoro, il nostro modo di vivere lo sport, le passioni e tutto quello che fa e dà senso alla nostra vita. Una prospettiva molto quotidiana, molto semplice e allora fratelli e sorelle è bellissimo scoprire come il Natale sia la manifestazione dell’amore di fronte alla quale, perché l’amore è una nascita, e una nascita è sempre o quasi sempre un evento che obbliga o quanto meno induce all’amore, anche chi nasce senza un amore che lo ha preceduto col suo esserci, fragile e indifeso, è radicale appello ad essere amato. Questo Natale vogliamo che sia per noi un tragico sottrarsi alle sue esigenze profonde, torno a dirlo con l’espressione bellissima di Florenskij, il peccato come autoaffermazione inospitale, vogliamo autoaffermarci con la nostra inospitalità o accogliere il Signore che viene, non sottrarci all’amore che ci porta e dunque diventarne testimoni, rinascendo con l’amore che nasce per noi, manifestando e riorientando tutto di noi a quell’amore così come vedete l’evento natalizio diventa davvero una ricostruzione, una rigenerazione, un rammendo dei fili concreti delle nostre relazioni vitali. Ecco mi piace immaginarlo così questo Natale e da quassù, da questa griglia geometrica che guarda la città tutto è ancora più bello, evidente, se sciogliamo questo amore fratelli e sorelle, se allentiamo queste relazioni se non le costruiamo, non le curiamo, non le teniamo sufficientemente in tensione, ma neanche troppo lente, davvero qualcosa può cambiare.

Continuiamo con la nostra riflessione con almeno due grandi sintesi scritturali che ci dicono cosa sia il Natale. Il Prologo di Giovanni che leggiamo nella Messa del giorno di Natale, la narrazione lucana, il presepe, lo dobbiamo e possiamo leggere la notte perché siamo stanchi, abbiamo bisogno del fatto, di giorno più lucidi ci serve la teologia per rileggere quella narrazione e aspirare così alla comprensione inaudita del perché di tanto amore e del come di tanto amore, il Prologo di Giovanni questo ci aiuta a viverlo:

“E il verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità.”

Pieno di grazia e di verità. Così Giovanni col suo denso linguaggio teologico ci dà la consistenza sostanziale e sostanziosa del bambino Gesù, la parola di carne pronunciata dal Dio amore, Padre, che ce lo dona con la forza dello Spirito Santo perché accolto nel profondo del nostro cuore ci dia, dice ancora il Prologo, il potere di diventare figli di Dio, l’unica volta in cui nel Vangelo la parola potere ha una accezione positiva. La grazia e la verità, tenerezza potremmo dire con un linguaggio più affettivo, la dolcezza del bambino Gesù, l’amore alle cui esigenze non vogliamo sottrarci, memori che anche noi col nostro nome, il nostro volto, abbiamo contribuito a scrivere pagine di male, secondo l’avvertimento severo ma realistico di Giovanni Paolo. Continuiamo a sintonizzarci con la parola di Dio fratelli e sorelle, amo citare un passaggio bellissimo, molto esigente ma che ci porta al cuore di questa nostra tensione, di questa nostra fatica stasera. Dietrich Bonhoeffer in “Vita comune” scrive:

“Il fondamento di ogni realtà pneumatica è la Parola di Dio, chiara e manifesta in Gesù Cristo. – Bellissima questa parola-persona, parola-evento, parola-storia, parola-gesto, niente retorica, niente eloquenza, niente formalismi, niente teoresi, niente concetti, la concretezza della parola fatta carne, in forza della quale lo stesso teologo luterano può scrivere- Il fondamento di ogni realtà psichica è l’oscurità impenetrabile degli impulsi e dei desideri dell’anima umana. Il fondamento della comunione spirituale è la verità, il fondamento della comunione psichica è la brama”  

Bonhoeffer qui riecheggia la distinzione fra uomo psichico e l’uomo spirituale di cui ci parla San Paolo, una distinzione che sovente sfugge alla nostra frettolosa consapevolezza antropologica e che stasera recuperiamo perché è molto importante fratelli e sorelle vivere il Natale come evento dello Spirito nel profondo del mio cuore, non si tratta di buoni sentimenti, siamo stanchi, annoiati, disillusi di Natali dai buoni sentimenti, li lasciamo all’eloquenze delle pubblicità, alle retoriche astute del pur inevitabile gioco commerciale del Natale, che è rispettabilissimo, fuori anche noi abbiamo la bottega natalizia, tra l’altro, e non voglio sembrarvi incoerente, dobbiamo tutti mangiare, celebrare la vita, festeggiare le relazioni anche, inevitabilmente, col profitto, ma qui è in gioco qualcosa di più e di diverso della semplice sopravvivenza o di una qualità standardizzata delle nostre relazioni, qui siamo ad attingere ragioni per sperare pace contro la morte e la guerra, questo è il punto fratelli e sorelle, la nostra meditazione stasera parte davvero dal gulag di Florenskij, parte dalla bara di ferro di Claudio Damiani, parte dalle immagini a cui ormai ci siamo assuefatti come una delle tante notizie che inevitabilmente devono aprire il telegiornale. Ma non può essere così, non è giusto che sia così, non è intelligente che sia così, non è dignitoso che sia così e allora noi abbiamo veramente bisogno di ripartire da un evento storico, oggettivo che parla alla mia consapevolezza antropologica integrale, non si ferma allo psichico, cioè quello che Bonhoeffer ci ha lasciato intendere essere questo groviglio quasi inestricabile dove il centro, il baricento è rappresentato dalla inevitabile brama di sopravvivenza che potrà essere addomestica, pettinata, chiarita, risolta, certamente attraverso le benedette scienze umane ma che non bastano a delineare e cogliere e farci provvidenzialmente subire un taglio, un punto di rottura dove entra la lama, la parola, la spada spirituale dell’evento Gesù Cristo, il verbo che ci ama così come siamo, donandoci la verità alla nostra verità, questo ci ha detto il Prologo, bellissimo, avete ascoltato, pieno di grazia cioè di amore, tenerezza, commiserazione, misericordia e di verità, questo svelamento del nostro cuore a cui giungiamo ci dice Bonhoeffer attraverso questo nostro essere disponibili a essere raggiunti dalla parola di Dio, Gesù Cristo, il pneuma che soffia portandoci le sillabe pronunciate dal Padre prima ancora che le cose esistessero, esisteva l’amore del Padre per il Figlio, dice Giovanni, siamo in una dimensione fratelli e sorelle che riporta tutta la nostra vita pros ton theon, verso Dio per rivivere con Lui la nascita nella storia del verbo. Se noi non ci disponiamo a questi eventi fortissimi, radicali, sostanziali, messi in atto dallo Spirito, dall’amore del Padre Gesù Cristo, noi siamo avvolti superficialmente da una brezza tiepida che ci fa bene, che fa bene sia chiaro, ma che forse non è sufficiente a sovvertire le nostre presunte certezze, sovvertire i nostri criteri abituali, le nostre brame, quella che torno a dirlo Florenskij ha chiamato l’autoaffermazione inospitale e noi abbiamo bisogno di essere sovvertiti per vivere un anticipo di pace, generata dall’essere amati gratuitamente, essere perdonati, visitati, da un evento inaspettato che non era previsto cioè, che ha superato ogni immaginazione, che è un sogno diventato realtà, il segno indicato dagli angeli ai pastori, un bambino avvolto in fasce nel cuore della notte. Io credo che sia così fratelli e sorelle, ben oltre ogni facile moralismo e ben oltre ogni ricostruzione raffinata, motivata, dovuta, geopolitica che si possa ritrovare nel nostro cuore forse la possibilità di una passione per la pace che propizi anzitutto qui e ora relazioni più fraterne. Lo stesso Bonhoeffer per dirci come siamo fatti e come continueremo ad essere se lo Spirito, lo Spirito che attraversa l’umanità, la storia, lo Spirito che libera le migliori energie consapevolezze, attenzioni nel cuore di ogni vivente sia chiaro, noi resteremmo prigionieri del vecchio Adamo, per questo siamo qui ad invocare che lo Spirito ci disponga ad accogliere il dono dello Spirito che è Gesù Cristo.

“Il suo desiderio di vivere –dice Bonhoeffer in riferimento ad Adamo- non ha limiti, diventa indicibile la sete di vita che lo prende nella morte dell’essere sicut Deus. –come Dio- Una sete che si configura in modo singolare. Questa è infatti la disperata condizione di Adamo, il vivere delle proprie risorse, prigioniero di se stesso, l’esser capace di volere solo se stesso, di aspirare solo a sé perché egli è ormai dio a se stesso, creatore della propria vita; nel cercare Dio e la vita, non fa che cercare se stesso, e d’altra parte questa solitudine, questo fondarsi su se stesso, questo essere in se è proprio la causa della sua sete infinita. –bellissimo questo accartocciarsi dell’uomo su se stesso che lo disidrata, ci dice e ci avverte Bonhoeffer in termini meravigliosi- Una sete per essenza disperata, inestinguibile, eterna è quella che Adamo prova della vita. Sostanzialmente una sete di morte, in cui tanto più ci s’impliglia, quanto più appassionatamente si cerca la vita” (Bonhoeffer, Creazione e caduta. Interpretazione teologica di Gn1-3)

Credo che sia una analisi di una lucidità pazzesca, dove Adamo quasi titanicamente colto in questo impeto leopardiano di trovare in se stesso delle risorse introvabili che lo rendono nello stesso tempo assetato di vita e disidratato di morte. Immagini fortissime che noi proponiamo appaiando credo che ve ne sarete accorti, la grande riflessione tedesca, germanica, Bonhoeffer, la grande chiesa martire del nazismo accanto alla grande tradizione ortodossa, russa, Florenskij, questo suo parlarci in tempo di guerra del peccato come autoaffermazione inospitale e questa assurdità, questa banalità del farsi guerra utilizzando l’arma delle culture, delle biografie intellettuali, delle passioni, delle competenze, dei saperi, dell’arte. Come sta morendo l’umanesimo se arriva a permettersi tutto questo tutto sommato pochi anni dopo Hiroshima! Almeno qui risuonino insieme queste voci grandiose, cari fratelli e care sorelle, ci portino davvero a desiderare Gesù Cristo come chiave di Davide che apre ogni porta, anzitutto quella del Regno dei cieli liberando l’uomo prigioniero che giace in queste tenebre.

Scrive San Paolo, sempre per continuare a sintonizzarci con la parola di Dio e vi prometto che ci avviamo alla conclusione: E’ apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo; il quale ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro che gli appartenga, zelante nelle opere buone”. (lettera di San Paolo a Tito) Bellissima questa sintesi di storia di salvezza che Paolo esprime partendo dal Natale, l’apparizione della grazia che porta salvezza per l’umanità intera e che insegna, noi siamo a scuola del Natale, noi tante volte davvero il Natale lo riduciamo a oggetto di una devozione appunto molto sentimentale, in cui le nostre brame, rivendicazioni si calmano perché si lasciano cullare dalle ninne nanne natalizie, che sono importanti, preziose, fratelli e sorelle ma che non bastano, non possono più bastarci perché abbiamo da affrontare noi una guerra, feroce, dove l’uomo combatte contro se stesso in quella prospettiva paradossale della bara di Claudio Damiani che è l’espressione poetica della riflessione di Bonhoeffer, l’uomo assetato di vita, costretto a morire in siccità perché da solo non trova le risorse per vincere questo ostaggio in cui si ritrova; per questo il Natale è la festa in cui possiamo ospitare l’amore che ci sta cercando, che è la grande grazia con la quale, lasciandoci amare, impariamo ad amare dissetando il nostro cuore qualificandolo in una prospettiva che davvero ci rende scolari della grazia di Dio, è scomodo essere scolari, è scomodo essere discepoli, occorre come nobilmente e esemplarmente fate voi stasera, essere in ascolto, al freddo, fermi, meditativi, obbedienti, vi ringrazio di questa meravigliosa testimonianza che ci donate e vorrei che tornaste a casa con la consapevolezza che in questo arco di storia tratteggiato in pochissime parole da Paolo per Tito che include anche la prospettiva del ritorno alla fine dei tempi del Signore Gesù, nella sua gloria, il nostro grande salvatore che spera di trovarci unica famiglia umana, popolo generoso di opere buone, noi sappiamo che ancora non è così nel mio cuore, non è così, ma proprio per questo è fondamentale sentirci inscritti nella storiografia della grazia, di cui parlano le Sante Scritture e che ha fatto dire a Paolo VI il 9 aprile 1966 queste parole mirabili in cui si svela la filigrana della vera storia:

“noi riconosciamo con letizia e gratitudine di essere stati salvati. E cioè: tutta la nostra storia, la nostra salvezza è guidata da un prodigio unico: la misericordia di Dio, la quale gratuitamente ci redime per effondere in noi la rivelazione suprema di ciò che Egli è: Bontà infinita”.

Guardate, qui Paolo VI condensa in un modo mirabile, mirabile, il sunto della rivelazione, chi sia Dio per noi: Bontà infinita! Come te ne accorgi? Con il concetto, con la fatica intellettuale? No! Lasciandoti amare e ti lasci amare perché scopri la letizia del sentirti salvato, senza perché, senza merito, semplicemente perché sei visitato dal prodigio di una nascita che non ti attendevi e che invita proprio te ad essere come quei pastori testimone privilegiato, affacciandoti alla grotta di Betlemme e questo prodigio che attraversa la storia da un capo all’altro, anche se prodigio ignorato, negletto, contraddetto, ostacolato, è la cometa della misericordia cioè della pazienza, dell’amore, della testardaggine di un Dio amore che si lascia riconoscere arrendendosi alla nostra durezza con la tenerezza di suo figlio che ci guarda dal basso verso l’alto, è in questo paradosso che noi cogliamo la credibilità del Dio amore Gesù Cristo, altre forme ci chiedevano e ci imponevano di cercare Dio in cima alle piramidi, in cima alle ziqqurat, in cima alle montagne, dopo percorsi improbi di salita, di fatica, di decifrazione. Qui invece dobbiamo semplicemente lasciarci guardare dal basso verso l’alto, questa è l’umiltà mirabile del Natale.

“Con indicibile amore –prosegue Paolo VI- ha voluto salvare l’umanità concedendosi senza alcun limite, anche dopo che l’uomo avrebbe meritato ben altro; è cioè la condanna, l’ira e la morte perpetua”.

Per queste sue responsabilità, torno a dirlo con la parola forte di Giovanni Paolo II, non spavento nessuno, nessuno di voi a parte me merita ira da parte di Dio ma questa nostra storia insanguinata, questo sì che merita l’ira di Dio, questo nostro risoluto farci guerra, merita l’ira di Dio, questo nostro ignorare gli ospedali, i luoghi dove si fanno atterrare le bombe, questo dramma della fame, della sperequazione dell’uso delle risorse tecnologiche, delle medicine, questa nostra indifferenza, questo sì che merita l’ira di Dio e tuttavia, tuttavia il Natale offre una possibilità inedita di riacquisizione della nostra dignità e della nostra consapevolezza di responsabilità libera rappresentata dall’amare perché amati senza perché, con indicibile amore. Ha voluto salvare l’umanità concedendosi senza alcun limite.

E ditemi voi se nascere nella periferia dell’impero, fuori dalla città, nella notte, in una greppia non è stato un concedersi senza alcun limite alla nostra fame e sete di verità e di amore. Gaudium et spes, la grande riflessione del Concilio Vaticano II circa i rapporti della Chiesa col mondo trae alcune fondamentali conseguenze che possono essere la conclusione di questa nostra confusa ma spero intellegibile e appassionata riproposizione del mistero natalizio non per sentirci cattivi, al contrario, per sentirci amati e dunque chiamati a cose belle, buone e vere: Ci ricorda Gaudium et spes in massima sintesi al numero 38: “Il Verbo di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato, fattosi carne lui stesso e venuto ad abitare sulla terra degli uomini, entrò nella storia del mondo come uomo perfetto, assumendo questa e ricapitolandola in sé. –bellissimo questo movimento vorticoso del Natale, il Natale noi lo contempliamo giustamente nel silenzio, nella stasi, nella penombra quando arriviamo, Dio lo voglia di fronte al Presepe nella notte, tornando a casa dopo la Messa di mezzanotte o la mattina scartando i regali, giusti regali per i vostri figli e amici e genitori, però ecco c’è anche questo movimento vorticoso di riassunzione e ricapitolazione della storia nella parola amore pronunciata dal Padre – Egli ci rivela “che Dio è carità” e insieme ci insegna che la legge fondamentale della umana perfezione, e perciò anche della trasformazione del mondo, è il nuovo comandamento dell’amore– il Vaticano II torna coraggiosamente, profeticamente a parlare contro ogni profeta di sventura di una possibile umana perfezione ed è proprio a questo approdo umanistico che vorrei arrivare con voi prendendovi per mano per uscire da questo luogo risollevati, risignificati dalla bellezza di San Miniato che è incaricata di esprimere questa possibilità geometrica di perfezione dell’incontro dell’umano col divino e del divino con l’umano. E qual è la via, il metodo, la possibilità di trasformazione del mondo, ci dice il Concilio: Gv 13-35 “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”. A questo allude il testo del Vaticano II Gaudium et Spes, un comandamento nuovo, amarsi come io vi ho amati, siccome io vi ho amati, questo come ha una pregnanza semantica straordinaria, ci dice il metodo, la modalità ma anche la ragione del nostro amore che nella notte di Natale siamo finalmente invitati a mettere a fuoco, essere raggiunti, torno a dirlo con passione, da una nascita insperata e paradossale cui ha offerto il proprio corpo, la propria libertà il proprio stupore  Maria Santissima, in lei per prima ha agito questa chiave che ha spalancato il suo cuore, attraverso l’apertura del suo cuore spalanca i nostri cuori fratelli e sorelle. “Coloro pertanto che credono alla carità divina, sono da lui resi certi che la strada della carità è aperta a tutti gli uomini e che gli sforzi intesi a realizzare la fraternità universale non sono vani.” Questo è l’approdo che mi interessa riposizionare nei vostri cuori e nelle vostre speranze fratelli e sorelle, contro ogni cedimento all’autoaffermazione inospitale del peccato la consapevolezza che la fede, la speranza e l’amore natalizio ci rendono certi che di fatto la grande avventura della fraternità universale non è un’illusione, non è un sogno capriccioso, non è davvero un miraggio ma è una esigenza implicata dall’essere amati dal Dio amore, dall’essere semplicemente uomini e donne che scoprono che la loro vita non è qui per caso, esposta inevitabilmente all’arsura di una sopravvivenza frustrante e quasi inevitabilmente bramosa e risentita, ma è espansione, risonanza di un amore di cui vogliamo essere insonni testimoni, questa è  la grande missione che il Signore ci dona, fratelli e sorelle, la grande missione così difficile ma anche così esaltante e qualificante, che la conversione dei nostri cuori stasera intende appassionatamente assumere.

“Così pure egli ammonisce a non camminare sulla strada della carità solamente nelle grandi cose, bensì e soprattutto nelle circostanze ordinarie della vita. Accettando di morire per noi tutti peccatori egli ci insegna con il suo esempio che è necessario anche portare quella croce che dalla carne e dal mondo viene messa sulle spalle di quanti cercano la pace e la giustizia. –I martiri, i testimoni di ogni fede, di ogni non fede, di ogni cultura, di ogni popolo che di fatto consapevolmente o inconsapevolmente con la croce sulla spalla hanno testimoniato il primato dell’amore, la sete della giustizia, la fame dell’amore come vera possibilità di esprimere il senso stesso della nostra esistenza- Con la sua risurrezione costituito Signore, egli, il Cristo cui è stato dato ogni potere in cielo e in terra agisce ora nel cuore degli uomini con la virtù del suo stesso Spirito; non solo suscita il desiderio del mondo futuro, ma con ciò esso ispira anche, purifica e fortifica quei generosi propositi con i quali la famiglia degli uomini cerca di rendere più umana la propria vita e di sottomettere a questo fine tutta la terra”.

Mi fermo qui, lascio alla vostra personale meditazione la stupenda catechesi di Papa Benedetto, faccio mio questo esito che si riverbera dalla parola del Concilio fino all’appello di Papa Francesco Fratelli tutti, può essere la nostra preghier: «Chiedo a Dio di preparare i nostri cuori all’incontro con i fratelli al di là delle differenze di idee, lingua, cultura, religione; di ungere tutto il nostro essere con l’olio della sua misericordia che guarisce le ferite degli errori, delle incomprensioni, delle controversie; la grazia di inviarci con umiltà e mitezza nei sentieri impegnativi ma fecondi della ricerca della pace»

Credo che non facciate fatica a cogliere il filo rosso che annoda di sangue ma anche di passione l’antico proposito del Concilio Vaticano II con la consapevolezza che lo Spirito agisce nel cuore degli uomini suscitando il proposito con il quale possiamo rendere più umana la nostra vita e sottomettere a questo fine tutta la terra, il fine della pace e della promozione di quanto di bello e di buono noi possiamo essere e fare con questa bellissima invocazione di Papa Francesco che riguarda anzitutto noi, inviati con umiltà e mitezza nei sentieri della ricerca della pace. Concludo con i versi bellissimi di Mariangela Gualtieri che esprimono in questa essenziale ricerca dell’umano come qualificazione di un divino che vuole essere ospitato dal nostro cuore, contro ogni nostra autoaffermazione l’essenzialità, la semplicità di un appello che come accade in tempo di crisi e di guerra, ci riporta all’essenziale, torno a dirvi dimenticatevi tutto di stasera, non dimenticatevi l’afflato spirituale della preghiera che il Signore suscita nei vostri cuori, non dimenticate le parole di Florenskij, non dimenticate il furore e la brama che ci hanno messo consapevolmente sotto gli occhi brutalmente Giovanni Paolo, Dietrich Bonhoeffer, Florenskij a raccordare occidente e oriente della nostra Europa, Chiesa latina e Chiesa orientale, non dimenticatevi l’appello del Concilio, la via della pace che tocca le cose semplici di tutti i giorni nelle nostre case, nella nostra città, dimenticatevi tutto il resto e non dimenticate questi versi di Mariangela Gualtieri:

“Forse si muore oggi-senza morire. Si spegne il fuoco al centro. Sanguinano le bandiere. Generale è la resa. Ciò che nasce ora crescerà in prigionia. Reggete ancora porte invisibili dell’alleanza bastioni di sereno. Puntellate il bene che si sfalda in briciole in cartoni. Il popolo è disperso. In seno ad ognuno cresce il debole recinto della paura –la bestia spaventosa.A chi chiedere aiuto? È desolato deserto il panorama. Si faccia avanti chi sa fare il pane. Si faccia avanti chi sa crescere il grano. Cominciamo da qui.”

Insieme fratelli e sorelle andiamo a Betlemme, come sapete la casa del pane, questo vuol dire in ebraico Betlemme, a Betlemme troveremo qualcuno che sicuramente ha saputo far crescere il grano e anche nella notte sa far fare il pane. Amen!

 

Trascrizione a cura di Grazia Collini

La fotografia è di Mariangela Montanari

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