Omelie

«Per una libera figliolanza sponsale». Omelia del padre abate Bernardo per la IV Domenica di Quaresima

31 marzo 2019 – IV domenica di Quaresima – Laetare ©

 

Dal libro di Giosuè
In quei giorni, il Signore disse a Giosuè: «Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto».
Gli Israeliti rimasero accampati a Gàlgala e celebrarono la Pasqua al quattordici del mese, alla sera, nelle steppe di Gerico.
Il giorno dopo la Pasqua mangiarono i prodotti della terra, àzzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno.
E a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna cessò. Gli Israeliti non ebbero più manna; quell’anno mangiarono i frutti della terra di Canaan.

 

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
Fratelli, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.
Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione.
In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio.
Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

 

Omelia:

Fratelli e sorelle carissimi, che buona fragranza pasquale ha già questa domenica e non tanto per l’attenuarsi cromatico del viola che si stempera nel rosaceo, genericamente indicato come il colore liturgico di questa domenica, ma molto al di là e più in profondità dell’esteriorità, pure importante della forma liturgica, è la parola di profonda verità e consolazione che risuona nei nostri cuori, rinsaldando in modo forte, pieno e definitivo una consapevolezza decisiva per la nostra vita in Cristo, una consapevolezza filiale.

La consapevolezza filiale.

Mi sono talmente care queste prospettive che la mia voce si fa quasi drammatica, un recitativo forse liturgicamente fuori luogo, ma ho bisogno di comunicarvi anzitutto col corpo, la centralità di questa prospettiva in ordine all’evento pasquale da celebrarsi anzitutto nel nostro cuore perché da sepolcro dove ristagnano senza possibilità di ossigenazione le nostre fragilità, le nostre contraddizioni, l’insopprimibile debolezza strutturale della nostra dimensione creaturale, vivendo la Pasqua, questo nostro sepolcro si lascia fessurare dal raggio dello Spirito Santo che, come un sisma vitale, lascia che l’ossigeno accenda il fuoco di quell’amore che finalmente getta luce nella nostra consapevolezza, distorce e finalmente attenua, fino a sopprimerle, tutte le dinamiche di proiezione con le quali siamo così bravi, per difendere la nostra autoschermatura, a verificare negli altri ciò che la profondità della nostra coscienza subisce come consapevolezza di una nostra fragilità, di un nostro peccato, di un nostro insopportabile limite che proprio per questo rammendiamo con bravura sulle vesti degli altri per sentirci in pace, dispensati dal travaglio faticoso per il quale, come minatori senza paura, senza temere di sporcare le nostre vesti, siamo invitati da questa parola a discendere nelle profondità tenebrose del nostro cuore con un filo di Arianna certo e sicuro.

Questo gomitolo di grazia che alle volte sembra inestricabile, che non faccia per me, per i miei tempi, per le mia poca pazienza e che invece il Signore mette nelle nostre mani perché sembra un nodo, ma in realtà è un meraviglioso gomitolo di luce che ci permette di scendere dentro di noi, fratelli e sorelle, per scoprire che nessuno può dire. “non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”.

Questa è una bestemmia contro lo Spirito Santo, dire questo significa dire che di fatto siamo noi l’origine e i gestori della nostra vita e invece no! Noi siamo figli, fratelli e sorelle!

Capite che importanza ha tornare ad assegnare, non a noi, ma ad un altro l’origine della nostra vita?

E questa è una dinamica che solo la fede suscita come esperienza di nuovi orizzonti, di liberazione da quell’idolo che è il nostro super-io al quale dobbiamo certo obbedienza, per stare in pace con noi stessi, per non sentirci troppo in colpa, proprio per questo gettiamo sugli altri questo peso del nostro super-io, li costringiamo a diventare delle cariatidi che devono aiutare a sopportare il peso che ci ispira i peggiori giudizi, che ci ispira risentimento, questo nostro essere inguaribili figli maggiori che con questo Dio, origine e sorgente della nostra vita, in realtà abbiamo un rapporto servile, di soggezione, dove la legge anziché essere la parola che libera è il vincolo cui soggiacere per soddisfare quell’involucro del nostro io fatto di esteriorità che guardando da fuori del nostro cuore ci fanno sentire almeno per un attimo in pace.

Io non ne combino una, sono gli altri a fare le peggio cose.

E invece no. Che bella liberazione, poterci sentire finalmente affrancati da questo meccanismo insito nella nostra dimensione creaturale che quando non è più vissuta come dono, come stupore, come invito da parte del Signore ad un esito lontano da queste piramidi geometriche, effettivamente diventa nel migliore dei casi compito che affidiamo ad uno psicologo, talvolta addirittura alla chimica, per trovare un po’ di pace, un po’ di serenità, per poter dormire un po’, per non pensarci come soggetti di fatto segnati da un limite che invece oggi il Signore Gesù ci invita a baciare, a baciare, lasciandoci baciare e la scoperta di questo confine che ci stringe, è vero, con tutta la forza che il peccato ha in noi, ma d’altra parte se questa nostra condizione limitata finalmente la riscopriamo come creaturalità filiale, eccome se possiamo e dobbiamo tornare a fidarci di un Dio padre e di sentire che davvero è bestemmia ritenerci indegni di questa condizione che invece è, e non può che essere, la nostra verità ontologica, essenziale, sostanziale: siamo figli, veramente figli e figlie e Cristo qualifica questa figliolanza mediante questa esperienza di amore senza perché, senza merito, senza calcolo, in totale rimessa, che Lui vive fino in fondo nella dinamica pasquale che è fatta di morte, fratelli e sorelle, anzitutto di morte! Una morte per l’appunto di liberazione, assumendo direi proprio nelle sue fibre corporee, questa crosta, questa corteccia che noi riteniamo indispensabile per sopravvivere, lui la trasforma dal di dentro, ci deve morire dentro perché muoia in noi questa corteccia ed è liberazione! Per questo questa domenica è una domenica di letizia, perché stiamo finalmente intuendo che, direi anche le nostre migliori intenzioni quaresimali, quando pure esse ricadono in questa logica di prestazione, di successo del mio io, non ci avvicinano al Signore ci allontanano, costruiscono altari al nostro io e oggi questo Vangelo svela questa dimensione frustrante delle migliori intenzioni dell’uomo: puoi essere il figlio maggiore che non sgarra, ma in realtà sei lontano da quel Dio che pure deve uscire da sè stesso per venirti incontro e supplicarti.

Bellissimo: Dio che prega l’uomo! Vi rendete conto che mirabile paradosso, quale altra esperienza di fede, questa libertà rivoluzionaria da lasciarci immaginare, come di fatto accade, che Dio si metta a pregare l’uomo, le altre religioni -lasciatemelo dire senza polemiche- hanno fatto e fanno il contrario mediante le logiche sacrificali dove ancora una volta dobbiamo noi calcolare il prezzo col quale calmare e tirare dalla nostra parte l’ira funesta del dio.

Invece no, qui nudi ci lasciamo rivestire, mettere i sandali, baciando l’anello: una sponsalità naturale con cui ci rialziamo in piedi.

Ecco tutto questo, fratelli e sorelle, direi che sia veramente il cuore del Vangelo, il cuore della nostra fede, il cuore della nostra speranza, la ragione dell’amore che come sempre anzitutto, ci avverte San Giovanni, è essere amato e questo lasciatemi dire implica un senso di libertà, di leggerezza, che troppe volte anche noi clero, usiamo questa parola orrenda, vi comunichiamo con difficoltà, con parsimonia, non sottraendoci a questo gioco delle proiezioni, imponendovi pesi che noi non portiamo.

E’ così…. la leggerezza. Ecco, mi piace concludere queste parole dette un po’ con foga, ma perché mi stanno dentro come ragione di vita, al suono della campana.

L’ascoltiamo come l’espansione libera e gratuita del cuore pulsante di Dio che esce dalla sua infinitezza per mettersi a pregare l’uomo perché in Cristo, nella novità di Cristo, diventi ambasciatore di una gioia, di una salvezza, di una possibilità nuova e dignitosa per ogni vivente su questa terra. Amen!

 

Trascrizione a cura di Grazia Collini

 

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