Omelie

«Pasqua, per nuove vie di liberazione». Omelia del padre abate Bernardo per la V Domenica di Quaresima

REUTERS/Stefan Wermuth

7 aprile 2019 – V domenica di Quaresima

 

Dal libro del profeta Isaìa
Così dice il Signore,
che aprì una strada nel mare
e un sentiero in mezzo ad acque possenti,
che fece uscire carri e cavalli,
esercito ed eroi a un tempo;
essi giacciono morti, mai più si rialzeranno,
si spensero come un lucignolo, sono estinti:
«Non ricordate più le cose passate,
non pensate più alle cose antiche!
Ecco, io faccio una cosa nuova:
proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?
Aprirò anche nel deserto una strada,
immetterò fiumi nella steppa.
Mi glorificheranno le bestie selvatiche,
sciacalli e struzzi,
perché avrò fornito acqua al deserto,
fiumi alla steppa,
per dissetare il mio popolo, il mio eletto.
Il popolo che io ho plasmato per me
celebrerà le mie lodi».

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési
Fratelli, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti.
Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.

Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

Omelia:

Fratelli e sorelle, siamo partecipi di un segreto sotteso alla nostra vita e a tutta la nostra esistenza , a tutta la nostra storia, un segreto che si rivela, non senza fatica, ai nostri occhi, al nostro orecchio, all’intelligenza del nostro cuore se solo pazientemente ci disponiamo, con umiltà e ragionevolezza, a sentirci adempiuti da qualcosa che non può essere esclusivamente di mia capacità, di mia potenzialità, di mio risultato, riconoscendo cioè nella relazione un tratto irrinunciabile di verità e di qualità, non solo della nostra esistenza psicologica, ma più ancora in profondità della nostra vicenda umana tutta intera.

E mi piace usare questa parola indubbiamente ambigua, ma forse poeticamente evocativa, un segreto, che oggi vogliamo accogliere con rinnovata consapevolezza in questo momento forte della nostra settimana in cui il segreto si rivela, si manifesta, a patto che si abbia consapevolezza di questo momento rivelativo, illuminativo, proprio della celebrazione, in particolare domenicale della liturgia, in cui questo segreto quasi si lascia sbucciare -uso questa parola invece così semplice, familiare- perché è un frutto questo segreto.

Di fronte alla sublimità del gusto di questo segreto Paolo ci dice che in effetti tutto il resto perde di importanza, quasi si annulla e lo dice fratelli e sorelle, non per dare un giudizio morale sulla realtà tutta intera, come se essa in effetti non avesse alcun senso, ma perché è proprio una conoscenza di quel segreto, che è Gesù Cristo, a dare valore a tutta la realtà perché in effetti, nella misura in cui noi partecipiamo della conoscenza del Signore Gesù, che in altre parole significa far diventare tutta la nostra vita la sua Pasqua, ecco che allora la realtà in quando tale acquisisce un valore forte, un suo significato, una sua pienezza, che chiede alla nostra esistenza una responsabilità accorata e partecipe lasciandosi rivelare, e noi insieme a lei, a tutta la realtà, a tutta la creazione, come un vero e proprio sacramento pasquale.

Questa immagine che come intuite, non esclude niente dell’insieme della nostra vita, ha una portata nello stesso tempo rivelativa e direi quasi risolutiva dei tanti affanni che affliggono la fatica del nostro vivere, una fatica che il Signore non ci toglie, sia ben chiaro, anzi nell’economia pasquale c’è la consapevolezza di dover assumere un peso, il peso della croce, direi il pensiero della croce, se ci ricordiamo che la parola pensiero ha questa etimologia, pendere, peso e volentieri insisto su questa dimensione perché troppe volte il dono e il mistero della fede vengono svendute come una liofilizzazione della verità e della realtà, che con un poco di acqua e una girata di cucchiaio diventa un sapore che con una effervescenza dà un po’ di slancio, come una compressa vitaminica, a questo nostro incedere.

Non è così ovviamente, la fede al contrario acuisce lo sforzo, inarca i nostri sentimenti, il nostro pensiero, tutto di noi, fratelli e sorelle.

E in realtà ci piace questo aspetto del Signore Gesù, ci piace perché a noi piace l’inquietudine nella vita, a noi piace essere pungolati da una parola che in effetti mette in crisi qualsiasi esperienza che trasformi la dinamica della ricerca del Signore in una esperienza di fatto conclusa in sé, chiusa in sé: questo diventa l’idolo necessariamente smaltato per attirare i nostri sguardi, affascinarci e sedurci con una sua presunta compiutezza, statica, che se necessario posso mettere in tasca e portare con me per sentirmi sempre e comunque già arrivato alla meta.

E invece Paolo oggi con questa che costituisce uno dei manifesti esistenziali più veraci dell’esperienza cristiana, ci dice tutto il contrario, ci dice questa sorta di rincorsa a staffetta per la quale siamo toccati, raggiunti dal Vangelo e questo imprime una dinamica ancora più incalzante, inquieta, inarrestabile, inesausta, nel nostro progredire verso il Signore Gesù.

Come se ogni esperienza dello stesso amore di Cristo si lasciasse sperimentare come una rinnovata fame, una rinnovata sete del Signore in una parzialità che non toglie, sia chiaro, il gusto della totalità, ma al contrario lo pone in una prospettiva che segnala la nostra inadeguatezza, la nostra parzialità.

Questo credo basterebbe anche per dirci come il segreto pasquale della nostra esistenza dovrebbe, se non curare le nostre depressioni, se non curare la nostra rassegnazione, quanto meno porre anche esse in una prospettiva di provvisorietà e diventare così un’arma sapiente contro tutto quello che troppe volte, senza la conoscenza di Cristo in questo senso forte pasquale, siamo tentati di assolutizzare, maledicendo noi stessi e la vita e lasciando cioè che i nostri personali, direi quotidiani fallimenti, assumano davvero una sorta di idolatrica consistenza che di fatto ci toglie ossigeno, ci toglie la libertà, chiude i nostri orizzonti, schiaccia la nostra condizione umana.

Voi avete senz’altro osservato questi movimenti pasquali che prima di tutto il Signore Gesù vive su sé e per sé, questo chinarsi ed alzarsi del Signore Gesù, questo mettersi in piedi, guardate che mano a mano che ci avviciniamo alla Pasqua -ma in realtà perché nella liturgia, come nella verità della vita tutto si tiene avvicinandoci a questa domenica fondamentale, vera architrave dell’anno e della nostra vita quale è la Pasqua appunto- noi sentiamo che il Vangelo inizia a risuonare di Pasqua, l’abbiamo detto domenica scorsa, ce lo ridiciamo oggi, sentiamo che la Pasqua effettivamente genera un’onda circolare intorno al Signore che dà una intonazione nuova a tutto quello che viviamo e raggiunge i nostri cuori.

Ecco, vorrei che sentiste così la Pasqua, tutto l’anno in modo particolare adesso. Avvicinatevi alla Pasqua per quello che essa è, un epicentro di speranza, un sisma buono, un sisma buono, non vendicativo dentro il quale e verso il quale siamo raggiunti da un’onda di luce che riverbera quel segreto e lo rende percepibile alla nostra intelligenza, rialzandoci fratelli e sorelle, perché l’uomo è fatto per stare in piedi, non per strisciare per terra; striscia per terra, e non a caso, colui che pone inimicizia fra la nostra condizione umana filiale e la paternità di Dio, ma assumere fino in fondo, in una dinamica pasquale, la nostra condizione filiale, significa stare in piedi liberi e camminare, protesi verso quel segreto, quel mistero che assaggiato, genera nuovo appetito di verità, nuovo desiderio di essere amati per imparare ad amare.

E’ quello che il Signore Gesù sintetizza nell’incontro con questa donna alla quale dice -Vai, cammina, distaccati da relazioni malate che sono diventate il tuo unico idolo, facendo tradire la verità di te stessa e delle alleanze con le quali sei stata raggiunta dall’amore, e tradendole cadi in una e vera propria destrutturazione della tua persona, una falsificazione della tua immagine filiale- e vedete che il Signore Gesù lavora con la terra nella quale noi siamo con la quale siamo stati fatti, il suo respiro e la sua parola, quindi intuite molto bene che in questo gesto dello scrivere il Signore Gesù è nello stesso tempo il nuovo legislatore che scrive una nuova legge sulla terra e nello stesso tempo questa terra, questa nuova legge, fatta del suo respiro, della sua parola, di liberazione, di guarigione, significa la possibilità per ciascuno di noi di essere rigenerati come nuovo Adamo, nuova Eva, in una partecipazione cristica che troppe volte noi sentiamo remota, lontana, inespressiva del farsi, disfarsi e ricostituirsi della nostra esistenza organica, fratelli e sorelle.

E invece è necessario ricordare questo aggettivo “organico”, perché la celebrazione eucaristica è una vicenda organica di salvezza, il sacramento è una esperienza organica di guarigione, non ci basta la parola, pur nella sua importanza, nella sua capacità di qualificare se ascoltiamo il nostro cuore e la nostra intelligenza, ma è una esperienza organica, non liofilizzazione, perché il Signore Gesù non ci dona un eccipiente, dona se stesso come vita, come carne, come sangue nell’Eucaristia, proprio perché tutto di noi si rigeneri e si lasci riplasmare in una novità che viene dal di dentro.

Per questo per Paolo in questa prospettiva forte della vita in Cristo la legge si mostra in tutta la sua inadeguatezza, per il suo carattere estrinseco, per il suo lasciarsi di fatto condizionare, come accade negli interlocutori del Signore Gesù che vogliono metterlo alla prova, nel suo carattere di adesione formale, che non mette in gioco di fatto, o per lo meno può non mettere in gioco, il nostro cuore in quella sua adesione integrale, meccanismo di conversione cui può presiedere solo e soltanto lo sguardo di Dio nell’accorata e sinfonica percezione, collaborazione, della nostra coscienza, della nostra intimità, sottratta inevitabilmente, e per fortuna, allo sguardo degli altri, al giudizio degli altri.

Per questo questa pagina, fratelli e sorelle, fonda anche questa meravigliosa tradizione del primato di coscienza, dell’insondabilità della nostra interiorità che nessun giudice umano può permettersi di valutare, di attraversare, vorrei dire di profanare.

Ecco perché effettivamente il Vangelo si conclude con questa presenza, Gesù e la donna, la donna sarebbe dovuta essere lapidata con il suo uomo, in obbedienza a quella legge tanto reclamata dai suoi avversari.

Resta la donna con un nuovo sposo che è Gesù e simbolicamente cogliete benissimo come quella donna è la nostra umanità, rigenerata dallo sposalizio in Cristo, che non è uno sposalizio che si fonda sull’adesione formale, estrinseca a nessuna legge, ma si fonda sulla possibilità di ricevere nel nostro cuore, in una dinamica organica di guarigione e di salvezza, quell’esperienza pasquale che ci fa passare, ce lo ha detto Paolo, dalla morte alla vita, dal peccato al perdono, alla vita nuova, a un vero e proprio restauro della nostra condizione umana.

Ecco queste prospettive, fratelli e sorelle, sono davvero il grande segreto pasquale che per noi dovrebbe essere in realtà evidenza, consuetudine, consapevolezza e che troppe volte ahimè, le strutture e le barriere psicologiche e l’alterna vicenda delle cose di questo mondo attenuano fino quasi a farlo smarrire, e invece no, la liturgia oggi ci ricolloca nella profondità della nostra verità, prima ancora che nella verità di Dio e del mondo intero.

E allora sostiamo in questa verità, sentiamoci profondamente, esistenzialmente perdonati, sentiamoci nello stesso tempo esposti al grande rischio di proiettare sugli altri, con la mira infallibile del nostro indice, i peccati che una coscienza libera e matura in realtà scrive anzitutto, e deve scrivere, nel nostro cuore prima ancora che tatuarlo sulla pelle degli altri. Con la pietra della dura legge possiamo lapidare chi ci ricorda inconsapevolmente il nostro peccato, con la sabbia rigata dal dito misericordioso di Cristo, nessuna violenza possiamo!

Lasciamo dunque che questo sguardo di verità del Signore Gesù si traduca, come ci ha fatto mirabilmente pregare la colletta, in un canto, perché sentirci perdonati, sentirci salvati, sentirci rigenerati, come di fatto la liturgia tante volte ci chiede di fare, non può che trasfigurarsi in un canto dove muore la parola per essere solo e soltanto melodia di grazia, di stupore, e di bellezza. Amen!

Trascrizione a cura di Grazia Collini

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