Omelie

«Non solo tutto è dono, tutto è addirittura perdono». Due omelie del padre abate Bernardo per la XXIV Domenica del Tempo Ordinario

La fotografia ritrae una strada di Atene ed è stata scattata da Cathal McNaughton il 15 marzo 2012

13 settembre 2020 – XXIV Domenica del Tempo Ordinario (A)

Dal libro del Siràcide
Rancore e ira sono cose orribili,
e il peccatore le porta dentro.
Chi si vendica subirà la vendetta del Signore,
il quale tiene sempre presenti i suoi peccati.
Perdona l’offesa al tuo prossimo
e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati.
Un uomo che resta in collera verso un altro uomo,
come può chiedere la guarigione al Signore?
Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile,
come può supplicare per i propri peccati?
Se lui, che è soltanto carne, conserva rancore,
come può ottenere il perdono di Dio?
Chi espierà per i suoi peccati?
Ricòrdati della fine e smetti di odiare,
della dissoluzione e della morte e resta fedele ai comandamenti.
Ricorda i precetti e non odiare il prossimo,
l’alleanza dell’Altissimo e dimentica gli errori altrui.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore.
Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.
Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi.

Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

Omelia Messa della mattina

Per entrare nel cuore di questo Vangelo mi piace sottolineare la possibilità di accostare, da un lato una interpretazione del debito di cui si parla con insistenza nel Vangelo, una cifra enorme, la prima, che è veramente una quantità di danaro paradossale che questo padrone effettivamente concede, dispensa senza difficoltà cosa che invece, come avete ascoltato, il servitore non fa con un altro servitore che gli doveva molto molto meno.

Questa dimensione di un debito, di un debito per il quale si ottiene e non si ottiene un perdono, vorrei ci trasmettesse anche qualcosa di  più che una semplice quantificazione materiale, proporzionata ad un eventuale perdono da ricevere qualora non fossimo in grado di estinguere questo debito.

Mi piace invece sottolineare con voi stamani una dimensione che va forse, oserei dire, più in profondità nella dimensione che ci riporta proprio alla nostra esistenza, al nostro essere vivi, al nostro aver ricevuto il dono della vita, senza aver mai dato nulla in cambio, senza avere qualche diritto per averla noi stessi, e con la vita una terra da calpestare, un cielo da contemplare, un paesaggio, la bellezza, le bellezze, le occasioni degli incontri, cioè mi sembra che in realtà a pensarci bene tutta la realtà, tutta la vita, pur segnata da innumerevoli sofferenze, abbia e debba avere per noi la consistenza di quei centomila talenti d’oro che segnala una dimensione per la quale siamo “in debito” col Signore, e questo debito però il Signore non ce lo fa diventare qualcosa che opprima, che mortifichi, che condizioni, ma al contrario il Signore ci libera, in una consapevolezza che significhi  sentirsi amati, sentirsi chiamati ad una esperienza fortissima per la quale non solo tutto è dono, tutto è addirittura perdono, in una intensificazione della gratuità che, per così dire, come amore ricevuto dovrebbe avere la capacità straordinaria  di rendere ancora più limpido e profondo il nostro sguardo, limpido e profondo e partecipe allo sguardo di coloro che si accorgono di una palese ingiustizia, e loro non scelgono, per così dire, la comoda scorciatoia dell’indifferenza o del condono, scelgono la fatica anche di farsi anche testimoni e quindi vanno, come avete ascoltato, dal padrone, per riferirgli come quel servitore appena perdonato insista, in modo violento su chi gli doveva ben poco, facendogli mancare quell’amore che lui, pure gratuitamente, aveva ricevuto.

Ed ecco allora l’intervento fortissimo del padrone, lo avete ascoltato, come si accanisce contro quel qualcuno che, pur perdonato, pur avendo ricevuto l’amore, chiude questa comunicazione che il Signore affida anche alla nostra capacità di perdonare e la nostra capacità di perdonare, fratelli e sorelle, si genera, non in forza di una generica buona disposizione della nostra psicologia, si genera proprio dalla consapevolezza di essere, noi per primi, dei peccatori perdonati e comunque, anche se ci sfuggisse la consapevolezza del peccato,  le persone che hanno ricevuto tutto senza alcun merito, senza alcun merito.

Noi esistiamo non perché meritiamo l’esistenza, noi esistiamo perché esistiamo. Siamo ricettori di un amore che è vitalità e questo ce lo spiega molto bene il passaggio di Paolo, che in effetti fratelli e sorelle, letto così non sembra tornare molto col contesto della prima lettura e del Vangelo stesso, entrambi centrati sulla consapevolezza del peccato, sulla tentazione della vendetta e della ritorsione, e sulla grazia del perdono stesso.

Paolo sposta il ragionamento in una dimensione anche egli esistenziale, mi affascina tantissimo fratelli e sorelle, quando ci dice che nessuno vive per sé stesso. Vivere per sé stesso significherebbe in effetti pensare alla propria vita come una sorta di nucleo esistenziale, di energia, di diritti, di pretese, perfettamente coincidente con la membrana, inevitabilmente dura, gommosa, del proprio io e percependoci come un concentrato di diritti, di  esigenze e di pretese, effettivamente non possiamo minimamente sentirci interpellati dalla grande domanda con la quale riscoprire la vita come dono e mistero di gratuità, dono e mistero di gratuità con cui schiudersi agli altri, perché anche gli altri, eventualmente nel bisogno del nostro perdono, possono avvertire questa profondissima verità, fratelli e sorelle: la vita non è solo un concentrato di diritti e di pretese, ma è davvero una esperienza da riscoprire con lo stupore di chi sente il vento forte, limpido della gratuità, che ha smosso quelle energie grazie alle quali noi siamo vivi, ricevendo così nell’incanto, nello stupore, l’esistenza  come qualcosa di profondamente delicato, fragile, direi immeritato per l’appunto, che comporta davvero la ricezione di una sintassi di amore e di gratuità di cui il perdono è l’esercizio più importante  e non esclusivo in realtà.

Allora in questa prospettiva Paolo, giustamente la parola che la liturgia della parola oggi ospita è una parola che al contrario ci dice che se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore dove, come vedete, la nostra esistenza inevitabilmente  si squarcia in quella membrana di autoresistenza, di autopresunzione per riscoprire nel Signore la destinazione di tutto quello che noi siamo, una destinazione fortissima, di una consistenza sostanziale che è molto di più che una generica scoperta di un eventuale approdo quando moriremo, possibilmente in grazia di Dio e allora, in quel modo lì, davvero potremo finire  dal Signore.

C’è molto di più, qualcosa che mette in crisi, istante dopo istante della nostra esistenza, una crisi provvidenziale perché squarcia quella parete con la quale per poca fede rinchiudiamo il nostro io, e quindi in questo vivere e morire per il Signore, vincendo la tentazione di vivere e morire per noi stessi,  sento e vorrei farvi sentire come scorre questo fiume di grazia, questo fiume  di mistero, questo fiume di gratuità, questo fiume  di amore che il Vangelo ci fa contemplare in questo specialissimo laboratorio che svela cosa accade a quell’amore gratuito quando conosce l’intralcio, la resistenza, il calcare del peccato, per come siamo fatti noi fermeremmo tutto, adesso ho subito un torto, ho subito un’offesa,  ho subito un peccato altrui, fermo questo circuito di amore, mi ergo a giudice e pretendo di essere rivendicato nelle mie pretese e invece no! In questo laboratorio, al contrario, anche l’ostacolo terribile  del peccato, fosse anche un peccato gravissimo, proporzionato alla cifra del primo debitore, viene, come dire, dissolto, cancellato, prosciugato in modo che niente ostacoli questo fiume carsico di amore che attraversa la nostra realtà, dal principio, fratelli e sorelle, da quando cioè Dio ha posto in essere le cose che sono, la nostra vita, senza che, per così dire, ad esse fosse debitore, da esse volesse dipendere, per pura espansione di amore.

Un Big Bang diciamo così, di amore e grazia che, come si cerca di fare con quegli esperimenti straordinari che vengono fatti per percepire l’espansione di quell’onda, non mi ricordo il nome, insomma ci sono questi laboratori, credo ce ne sia uno anche dalle parti di Pisa, in cui si cerca di ascoltare, di misurare, quell’onda di –non mi esprimo bene scientificamente, scusate ho fatto “lettere e cartoline”, però ecco noi invece come credenti in Cristo dovremmo riuscire a  captare nel nostro microlaboratorio di particelle fisiche del cuore, quell’onda di amore e non arrestarla,  e la traduzione appunto nel concreto della vita è proprio quando ci si sbatte contro l’offesa ricevuta.

Ecco, stiamo attenti a non trasformarci in microdivinità che idolatricamente pretendono olocausti, sacrifici di riparazione dagli altri inevitabilmente, e proprio perché hanno interrotto la ricezione di quella onda di amore, non pensano più a quanto loro, cioè noi, siamo stati perdonati, siamo stati amati, desiderati, liberati dal peso del peccato.

Ecco perché è sempre bellissimo ricordarci la qualità oggettiva con cui si può definire il laboratorio Chiesa in questa testimonianza io credo preziosissima nel mondo di oggi che siamo chiamati a dare, è la definizione che l’allora teologo Joseph Ratzinger dava della Chiesa, una comunità di peccatori perdonati. Così egli pensava la Chiesa e pensa la Chiesa, bellissimo no?

Cioè l’identità del nostro essere Chiesa è una identità in parte comune a tutta la realtà degli uomini e delle donne, ecco ognuno di noi in realtà, a pensarci bene è perdonato, la distinzione è la consapevolezza del nostro essere peccatori e peccatori che hanno esperienza della forza eccedente dell’amore, che proprio nel perdono ci fa vivere e risintonizzarci con quell’inizio con il quale l’amore pone le cose che esistono in essere, per puro amore, per pura gratuità.

E concludo dicendo, fratelli e sorelle, che questa  consapevolezza io la trovo veramente molto preziosa, soprattutto nel tempo di oggi, non solo perché c’è una esigenza etica, morale, civile e sociale di una cultura del perdono, di una cultura che, vinta la scorciatoia della rivendicazione, senza però squalificare l’urgenza della giustizia, perché anche questo oggi il Vangelo mirabilmente contiene, i due che si accorgono di quanto ingiusto sia quel peccatore perdonato che, per pochi danari, scarica tutta la sua violenza su quel servo, non solo per questo, direi a un livello ancora più profondo perché abbiamo da testimoniare, fratelli e sorelle, la qualità intrinsecamente amorosa della realtà nella quale siamo chiamati ad agire, la qualità amorosa della nostra fibra esistenziale anche se ognuno di noi è tentato di accorciare, soprattutto sugli altri, il proprio sguardo nella misura invece del fallimento, del peccato, dell’errore, dello sbaglio; invece noi in questo senso siamo persone che si ricordano quello che ci ha detto Paolo in una delle liturgie di questa settimana, cioè mai dimenticarsi di quel fratello per il quale il Signore è morto, cioè ogni persona ha ricevuto una esperienza di amore eccedente, perché ogni persona è persona per la quale il Signore Gesù ha deposto la propria vita per riempire di amore anche il cuore del più incallito dei peccatori.

E questo significa fratelli e sorelle, riscoprire che la vocazione dell’esistenza è l’amore, la vocazione della vita è l’amore, la vocazione di tutto ciò che esiste è l’amore, e il modo con cui riscoprire questa vocazione è lasciarsi amare, lasciarsi perdonare, lasciarsi desiderare, e non interrompere questo flusso.

Allora penso che sia un contributo essenziale, non solo da un punto di vista pratico e ce n’è bisogno, ma direi anche proprio di testimonianza di una visione della realtà, di una filosofia della vita che sentiamo oltremodo necessaria in questi tempi così inclini a fare della nostra esistenza semplicemente una prova, un caso, una durezza da affrontare e quindi inevitabilmente da vincere, possibilmente a spese degli altri. Amen!

Omelia Messa Vespertina

Fratelli e sorelle anzitutto, come mi piace talvolta sottolineare, la gratitudine per la vostra perseveranza nella presenza alla celebrazione liturgica, non è scontata, non è mai stata scontata, in tempi  in cui culturalmente, socialmente si affievolisce il senso della necessità umile e confidente di partecipare al mistero che si lascia gustare come amore rivolto ad un uomo e ad una donna che si riscoprono piccoli, poveri ed indigenti e non maledicono tale piccolezza, povertà e indigenza ma anzi la benedicono come esperienza della propria verità che schiude all’urgenza, per non dire alla necessità, di raccoglierci come comunità credente e insieme, lasciarci nutrire dal dono della parola e della carne viva stessa del Signore Gesù, soprattutto in questi tempi in cui di nuovo l’avvertimento di un rischio, non escludibile e abbastanza oggettivo del contagio può di nuovo tornare ad attenuare fino a far dissolvere quel legame che gradualmente abbiamo cercato di rigenerare di ricostituire anche attraverso la nostra  partecipazione alla vita irrinunciabilmente liturgica della Chiesa, irrinunciabilmente perché sentiamo davvero che senza domenica non possiamo come si esprimevano i  primissimi cristiani quando, rischiando spesso anche la vita, trasformavano le loro case in cenacoli dove si riverberasse la eco della  parola del Signore e quel suono bellissimo e consolante col quale si ode e si intuisce nello spezzare il pane, il corpo del Signore Gesù che si fraziona per tanti quanti noi siamo, perché ciascuno sia raggiunto dall’oggettiva esperienza del suo amore.

Perseveriamo fratelli e sorelle, soprattutto nella qualità di questa riscoperta della oggettiva necessità di questo nostro stare insieme, non abbiamo paura di disperderci, non abbiamo paura di contagiarci anzitutto, non solo dal virus, ma direi anche dalla tentazione di sentire ormai quasi superflua questa esperienza così qualificante, perché negarlo, così bella, del nostro camminare insieme come piccolo gregge dietro la parola del Signore, sapendo che lui ci riconosce non solo nella singolarità delle nostre voci, ma anche in quel movimento corale che ci fa essere popolo di Dio in cammino nella storia.

Tanto più in una domenica come questa, dopo che abbiamo ascoltato questa meravigliosa preghiera iniziale che centra giustamente nel cuore e in un cuore nuovo conformato alla novità del cuore di Cristo, l’autorevolezza di una testimonianza che, riconoscendosi perdonata può autorevolmente parlare di perdono, di misericordia, di riconciliazione col mondo intero, perché ha da raccontare, non quanto sia essa stessa brava, ma come il Signore ci ha amato, come il Signore ci ha perdonato, come egli abbia, per questa esperienza rigenerante della nostra vita, deposto la sua vita per caricarsi sulle spalle della nostra vita.

Per questo Paolo ha perfettamente ragione nel dire, come dice, che nessuno di noi vive per sé stesso, può vivere per sé stesso, deve vivere e morire per sé stesso, ma per il Signore, il quale appunto ci dice Paolo riassumendo con poche e vertiginose parole il contenuto essenziale dell’annuncio cristiano: “Cristo è morto ed è ritornato dalla vita per essere il Signore dei morti e dei vivi”, cioè quel Signore che davvero con la sua Pasqua ha aperto dei reali valichi, delle oggettive geografie, nelle quali riconoscere la tracciabilità delle nostre esistenze, e questo apre realmente degli scenari importanti di cui essere consapevoli fratelli e sorelle, per questo mi viene così naturale, soprattutto in questa celebrazione vespertina con voi, almeno finché abbiamo il tepore del clima e quindi le porte aperte, la luce che ci fa vedere la nostra città, la sensazione per voi, ma anche per me che pure vivo qui, di riconoscere in questo luogo una tenda nella quale riposarci, rinfrancarci per poi riprendere un inevitabile cammino che non sarà più però la dispersione che vorrebbero farci credere essere l’unica possibilità odierna di movimento quale fuga da ogni rischio,  per noi non è questo, è davvero il sentiero tracciato dall’amore del Signore ove sperimentare questo movimento del Signore Gesù, ritornare alla vita per ricondurci alla vita.

E questa possibilità fratelli e sorelle è in un certo senso anche la scoperta, bellissima, di quello che noi, nonostante tutto, valiamo, quale è il valore della nostra condizione umana?

Oggi il Vangelo ci fa arrivare a questo calcolo paradossale anche attraverso una immagine insolita, quei diecimila talenti che è il debito di questo servo, ma che in realtà a pensarci bene è il debito di ciascuno di noi se riconosciamo e siamo disponibili a riconoscere che la vita non ci appartiene, la vita non è un nostro merito, non è un nostro diritto, le cose che ci sono date, gli affetti che ci sono dati non sono oggetto del nostro possesso, delle nostre pretese, con le quali e per le quali poter dire, come Paolo vuole che non diciamo, “io vivo per me stesso” forte di questi diecimila talenti che credo di possedere e di non dovere a nessuno. E invece no! Il Vangelo mette a nudo questa situazione oggettiva di debito, di deficit, di penuria e ancora una volta fratelli e sorelle non lo fa per mortificarci, per annichilirci, per depauperarci delle nostre autoconsiderazioni, ma lo fa per qualificarle    nella misura in cui esse si aprono a riconoscere il vero valore che trasfigura la pur altissima cifra rappresentata dalla immagine iperbolica di diecimila talenti che sarebbe come dire milioni di miliardi.

Il Signore condona questa cifra enorme per la quale lì per lì poteva essere tentato di agguantare noi e la vita dei nostri cari con un vincolo oppressivo che ribadisse la sua insindacabile signoria, il suo diritto inalienabile di proprietà, di appartenenza, che è un tratto oggettivo con cui riconoscerci e doverci riconoscere creature nelle sue mani.

Ma non è questo il legame che Dio vuole con noi, non può esserlo perché è il Dio dell’amore fratelli e sorelle, ecco allora l’immagine bellissima di una liberazione, di un affrancamento, altre volte nel Vangelo incontriamo immagini di guarigione, oggi incontriamo davvero attraverso un linguaggio a cui Matteo ci sta in fondo abituando, domenica scorsa guadagnare il proprio fratello, vi ricordate, nel caso di colpe all’interno della comunità, oggi l’immagine è davvero quella di un condono e noi dovremmo riuscire a raccontare al mondo la bellezza del sentirci liberati, da un lato dalla pretesa di dover sentirci in grado di gestire, di possedere in modo inevitabilmente ossessivo, per non dire nevrotico, della propria vita, perché le nevrosi del tempo moderno sono il tipico esito di chi pretende di controllare quanto ci viene donato e affidato da mani che, essendo più grandi delle nostre, solo esse possono tenerci nella vita, senza farci diventare schiavi di essa.

Il discorso si potrebbe aprire anche a tutta la, sostanzialmente direi la retorica e l’ideologia del cosiddetto benessere, è una forma con la quale ci illudiamo di guarire da quelle nevrosi idealizzando, santificando una condizione di appagamento, generalmente a pagamento, col quale sentirci almeno nel fine settimana nei centri benessere in pace con noi stessi, per poi tornare il lunedì dopo in questa inevitabilmente ossessiva cura maniacale del nostro vivere per noi stessi, in autodifesa, con mille pretesti, mille presunzioni, mille idoli, autoprotettivi e invece no!

Noi siamo i liberati, i perdonati, i condonati e sentiamo davvero che il  flusso della vita scorre nelle nostre vene perché ci precede, ci precede fratelli, nel tempo, nello spazio, nella qualità e ci chiede questa dimensione di altrettanta grandiosa gratuità con la quale non  vivere per noi stessi ma per il Signore, dove questo -per il Signore- esprime molto bene questa apertura radicale nel nostro, cuore lacerato da questa esperienza di grazia che ci sopravanza non per schiacciarci, ma proprio per schiudere il nostro cuore a quell’orizzonte che è il nostro orizzonte, senza paura, l’infinito, l’eterno, quel mare aperto verso il  quale i discepoli, con le loro ossessioni, non vogliono andare, ma noi invece in questo laboratorio settimanale impariamo proprio il coraggio, l’umiltà, la creaturalità necessaria per riscoprire questo tratto irrinunciabile grazie al quale, sentendoci perdonati, eccome se possiamo e dobbiamo osare l’infinito.

Cosa che non fa questo servo che, pur avendo capito quanto egli valga nella misura paradossale del debito che doveva, è lì che chiude l’esperienza della grazia diventando mio, chiuso, mostruosamente insensibile all’amore ricevuto, uccidendo quasi, si può dire, soffocando dice il Vangelo, una immagine chiarissima, colui che gli doveva pochissimo, pochi gruzzoli di argento, questa è la cifra che l’altro gli doveva.

Matteo ci sta educando fratelli e sorelle, a quanto confusamente cercavo di dirvi all’inizio di questa celebrazione, la bellezza di essere comunità, in un mondo disperso, disorientato, in un mondo che vive il dramma del contagio, noi domenica scorsa e oggi siamo chiamati ad essere uomini e donne attenti ad una forma di ingiustizia che squalifichi questa mirabile esperienza di comunione con la quale sentirci raggiunti dal perdono del Signore; ecco quei compagni che dispiaciuti non possono fare a meno di riferire al padre quell’ingiustizia che stanno contemplando, quell’ingratitudine che stanno patendo, quella sopraffazione di cui sono testimoni.

Questo ci fa capire fratelli e sorelle, che l’esperienza del perdono, dell’amore non è estranea alla passione per la giustizia che il Signore è venuto ad instaurare, pagandola col prezzo della propria vita, bellissimo anche questo! E queste persone rischiano nell’andare a riferire quello che patiscono, ma non possono non farlo e quello che accade è appunto l’azione di un signore che inevitabilmente deve ricordare con la forza della sua parola cosa accada a chi pretende di dover fare a meno di quell’amore, di quel perdono, di quella misericordia costantemente ricevibili e ricevuti dalla nostra condizione di uomini e donne segnati dalla fragilità del peccato. La condizione che il nostro essere Chiesa svela potentemente alla consapevolezza della nostra intelligenza, non dimenticate mai la bellissima definizione che l’allora teologo Joseph Ratzinger che dava della Chiesa “la comunità di coloro che si riconosco peccatori perdonati”.

Questo è l’essenziale del nostro essere Chiesa, essenziale che celebriamo oggi nel nostro stringerci, nonostante il contagio, nel nostro riprendere il cammino uscendo di qui, nonostante il contagio, nel nostro lasciarsi attraversare dalla parola e dalla carne viva del Signore Gesù, nonostante il contagio, perché sappiamo che da soli non ce la possiamo fare. Paolo lo dice con grande chiarezza, nessuno vive e viva per sè stesso, ma per il Signore e lo faccia con la grazia di un cuore rinnovato a misura dell’infinito cuore del Signore Gesù.

Anche questa affermazione che dilata e dilati la consapevolezza di quello che noi possiamo diventare nella misura in cui, con umiltà di scolari, di figli e di discepoli, come voi, ogni domenica, nonostante il contagio, vi lasciate perdonare e rigenerare dalla misericordia di Dio. Amen!

Trascrizione a cura di Grazia Collini

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