Omelie

«Lumen requirunt lumine». Omelia del padre abate Bernardo per la professione solenne di Dom. Costantino Maria Vittori nella Solennità dell’Epifania del Signore

Professione solenne di Dom. Costantino Maria

Solennità dell’Epifania del Signore

Lunedì 6 gennaio 2020

 

Dal libro del profeta Isaìa
Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce,
la gloria del Signore brilla sopra di te.
Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra,
nebbia fitta avvolge i popoli;
ma su di te risplende il Signore,
la sua gloria appare su di te.
Cammineranno le genti alla tua luce,
i re allo splendore del tuo sorgere.
Alza gli occhi intorno e guarda:
tutti costoro si sono radunati, vengono a te.
I tuoi figli vengono da lontano,
le tue figlie sono portate in braccio.
Allora guarderai e sarai raggiante,
palpiterà e si dilaterà il tuo cuore,
perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te,
verrà a te la ricchezza delle genti.
Uno stuolo di cammelli ti invaderà,
dromedari di Màdian e di Efa,
tutti verranno da Saba, portando oro e incenso
e proclamando le glorie del Signore.

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni
Fratelli, penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero.
Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo.

 

Dal Vangelo secondo Matteo
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

 

– Carissimo Dom Costantino Maria che cosa chiedi a Dio e alla Sua Santa Chiesa?

-Chiedo la misericordia del Signore e il dono di poterlo servire con maggiore perfezione nella famiglia monastica della congregazione benedettina di Santa Maria di Monte Oliveto impegnandomi a perseverare in Cristo fino alla morte

-Rendiamo grazie a Dio

 

Omelia:

Carissimo Dom Costantino, risuonano soprattutto per te le parole del Profeta Isaia “Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te”.

E diciamo questo non perché, ispirato dal pur forte, intenso, paterno affetto che naturalmente un abate non può non avere per un suo monaco, ma lo diciamo perché brilla in te, direi anzitutto il paradigma che stiamo cercando di intuire, di afferrare, di accogliere e soprattutto di testimoniare di questi giorni santissimi immersi nel mistero del Natale e cioè la grande occasione, la grande possibilità che è data all’uomo, alla donna, di essere specchio, riverbero, riflesso della luce che promana dalla grotta di Betlemme, in una esperienza rivelativa, non solo del mistero di Dio, mistero di amore, mistero di umiltà, mistero di salvezza, ma anche di scoprire finalmente, in modo pieno e definitivo, chi sia l’uomo, chi sia la donna, quale sia l’autentica vocazione della nostra esistenza che essa non è per l’appunto le  tenebre che ricoprono la terra, come ci ricorda Isaia in uno sguardo lucido sulla contorta storia del suo, e potremmo dire del nostro tempo, non sono le tenebre che precedono per l’appunto la creazione, ma la vocazione di ognuno di noi, fratelli e sorelle, è per l’appunto accogliere ed essere radicalmente trasfigurati dalla luce che è il mistero del Santo Natale.

E più volte in questi giorni siamo tornati a dire con enfasi, fratelli e sorelle,  che il cuore della celebrazione del Natale è davvero un addestramento che deve durare tutto l’anno, da non disperdere questa possibilità fortissima che l’amore di Dio consegna alla nostra vita, alle nostre ombre, alle nostre rassegnazioni, alla tentazione di scansare la luce e di scegliere di dimorare nelle tenebre mancando così da un lato all’amore che ci viene offerto senza merito, dallo stesso Signore e dall’altro mancando a noi stessi, alla nostra vocazione, alla nostra verità, che un tutt’uno in questa luce che misteriosamente emana il corpo stesso del Signore Gesù, anticipando, per così dire, in quella notte di Betlemme quanto noi contempleremo nella trasfigurazione dello stesso Signore e che noi monaci abbiamo la grazia di indossare, per così dire, ogni giorno attraverso il chiarore del nostro abito, il cui riferimento al monte Tabor è netto e consapevole del patrimonio della nostra storiografia delle origini a dire che la nostra vocazione monastica non può mancare di essere il tentativo di accogliere giorno dopo giorno, in modo sempre più intenso, generoso, umile e fedele quanto ci viene donato dal Natale del Signore Gesù.

Questa prospettiva fratelli e sorelle è una grazia che, svelandosi all’uomo in quanto tale, non può restare esclusa a una porzione qualsiasi dell’intero genere umano e nell’Epifania noi contempliamo proprio questo, la possibilità data a ogni cultura, ad ogni popolo, a ogni razza, di venire a scoprire sè stessa nella misura in cui si accoglie il mistero del Signore Gesù, la sua proposta forte di salvezza che è un tutt’uno con la riscoperta della nostra dignità creaturale, della nostra intelligenza di fede, ma anche di sapienza che è incarnata in modo assolutamente mirabile dai tre Magi i quali completano e  allargano in modo concentrico quanto si è inaugurato quella notte quando i primi destinatari sono coloro che per mestiere, per professione dovevano stare attenti con le orecchie ben tese e gli occhi aperti a quanto accade di notte e cioè i pastori, per la custodia di quanto è loro affidato.

Con i Magi c’è un importantissimo salto di  qualità che direi parla davvero alla cultura e alle culture dell’uomo di ogni tempo in modo tutto particolare all’inquietudine dell’uomo del nostro tempo, il quale se è veramente tale, non può mancare la sfida della ricerca, l’avventura dell’interrogativo, l’inquietudine di tutto quello che è premessa ad una radicale scoperta che riposizioni la nostra intelligenza da un lato nei confronti di tutta la realtà in quanto tale, e dall’altro, attraversandola, alla ricerca dell’origine stessa di questa realtà.

E’ quanto accade nell’osservare con stupore, inquietudine, intelligenza, desiderio e curiosità la stella che si muove nell’orizzonte degli spazi e della storia e che non manca di inquietare i Magi.

Ah che meraviglia questo fratelli e sorelle, non una stella fissa, ma una stella dinamica, cinetica, il che significa che davvero la condizione dell’uomo non può non essere itinerante, pellegrinante, in una inquietudine che deve necessariamente attraversare e solcare la terra che ci è affidata, viaggiare nel tempo, viaggiare nello spazio, riscoprire questa indole che fa del nostro desiderio -che non a caso contiene in sé la parola sidus stella- ciò che veramente compie, realizza, apre l’umano alla ricerca di qualcosa che inevitabilmente ci spinge a sconfinare dalle nostre presunte certezze, dalle nostre presunte rassegnazioni di cui è simbolo invece l’uomo che, idolatrando il proprio potere, rinchiude sè stesso trasformando la sua città, il suo regno, non in quella apertura alla luce di cui parla Isaia e che abbiamo invocato per il nostro Costantino, ma al contrario, in uno spazio dove necessariamente si muore sepolti nei muri che si costruiscono per difendere quello che ci si illude di possedere.

Alludo naturalmente ad Erode che in tutto questo è assolutamente l’antitesi alla prospettiva itinerante, evangelica che i Magi perseguono accordando,  ve ne siete accorti, due fonti di quelle che noi chiamiamo la rivelazione, da un lato anzitutto fratelli e sorelle la natura, torno a dirlo con forza, la realtà perché negarlo, anche nella sua struttura logica e lo dico volentieri nella Basilica che ospita la vita di Costantino che peraltro in uno dei suoi momenti più alti, artistici del suo pavimento musivo, ospita per l’appunto delle stelle in movimento che sono il nostro zodiaco, addirittura una volta l’anno qualcuna di queste stelle brilla grazie a un raggio di luce fatto apposta per donarci questa percezione di un movimento che, con stupore e bellezza, svela questo progetto di grazia con la quale sottrarre la nostra vita alle tenebre della rassegnazione, alla fatalità con la quale troppe volte pensiamo che il nostro vivere sia sostanzialmente una passione inutile, una cieca obbedienza a chissà quelle forze estranee al nostro cuore.

Nulla di tutto questo.

I Magi si mettono in ascolto della realtà, la interrogano e si muovono perché sanno che la realtà, mossa dalla forza dell’intelligenza e della sapienza di Dio, è movimento che riconduce tutto all’origine che naturalmente è Dio stesso, e questa prospettiva fratelli e sorelle si salda con l’altra dimensione rivelativa dell’intelligenza amorosa di Dio che è naturalmente la parola, in modo particolare proprio la parola profetica, chiamata a diventare vettore in quella vicenda temporale che ancora una volta, troppe volte, per disperazione riteniamo monotona, monocorde, insignificante, indisponibile ad una interpretazione che apra al futuro.

Il Profeta ci vaccina con questa prospettiva e per l’appunto indica ai Magi, rassicurandoli e spaventando invece Erode, che col dono della parola profetica si può giungere davvero ad adorare Cristo.

E così acquisiamo fratelli e sorelle un metodo di investigazione del mistero, reso possibile non certo dalla nostra presuntuosa intelligenza, ma da quello che è il contenuto del mistero, amore che desidera essere amato: questo è il cuore del Cristianesimo fratelli e sorelle, scoprire che Dio è amore che supplica di essere amato invitandoci a non fare il drammatico errore dei suoi che non lo hanno accolto.

Quindi Natale davvero fratelli e sorelle, non ci stanchiamo di dirlo, è davvero l’opificio della fede che ci dispone più avanti a celebrare la Pasqua con i sensi della nostra vita nello Spirito ben allenati, ben addestrati, ulteriormente raffinati dal tempo quaresimale per vivere davvero questo momento di radicale rinnovamento e rigenerazione che sarà la Pasqua del Signore Gesù.

Ma attenzione tutto inizia adesso, fratelli e sorelle, in questa luce rivelativa della dignità dell’uomo oggi abbiamo la grazia, esattamente un anno dopo la professione solenne di Dom Placido, di riconoscere come questa stella nel suo movimento viene ad illuminare un capitolo -perché negarlo?- anche culturale del patrimonio rivelativo e misterioso della Chiesa stessa, alludo cioè al monachesimo, a questa esperienza così irriducibile a una decifrazione puramente umana che nel suo essere vita raccolta  nel cuore del mistero di Dio, senza apparente utilità, praticità e funzionalità, ci riporta a questa dimensione radicalmente gratuita e dunque misteriosa dell’amore trinitario.

Questa stella ha attraversato la vita di Costantino e come con i Magi è stata capace di suggerirgli un lungo e non semplice percorso che lo ha portato, come tutti noi sappiamo, lontano dalla sua bellissima terra della croce fino ad arrivare a Firenze e vivere gradualmente un tempo di formazione, di conversione che ha qui un suo primo sigillo e soprattutto un nuovo inizio, e i contenuti di questa vita, fratelli e sorelle, a dirci che la vita monastica nel suo mistero altro non è se non il paradigma della vita battesimale è ben espresso dalle parole di Paolo agli Efesini che possono esser davvero una esplicazione chiara, netta e definitiva del perché esistono i monaci, a richiamare cioè la possibilità che tutti fratelli e sorelle, tutti, vicini e lontani giudei, greci, maschi e femmine, sono chiamati in Cristo Gesù a tre cose fondamentali, che chiedo a Costantino di ricordare per tutta la sua vita e soprattutto testimoniare con tutta la sua vita: condividere la stessa eredità, formare lo stesso corpo ed essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo.

Da che si capisce che la vita monastica, fratelli e sorelle, è certamente un cammino di unificazione del nostro cuore, il che significa un cammino che invita a mettere a fuoco la cosa veramente essenziale, alternativa a quegli idoli dentro i quali si ripara dalla luce che viene da Crosto, Erode, e in questo cammino di autentificazione della nostra dignità umana ecco che emerge la nudità del nostro cuore, la sua debolezza, la sua fragilità, San Benedetto istituisce fratelli e sorelle, una scuola per dei principianti, nessuna presunzione di “perfettismo”, sia detto con grande chiarezza, ma questa scuola ha nel suo cuore, nella sua missione l’altissima vocazione della vita in Cristo che qui Paolo riassume splendidamente e che come voi avete perfettamente intuito non è vita individuale, ma è necessariamente vita fraterna per essere veramente corpo, per essere veramente esperienza di condivisione di una identica eredità, per essere tutti insieme partecipi di una promessa che si lascia leggere, non nello sforzo presuntuosamente titanico del singolo, ma nella capacità di condividere tutto, come diremo fra breve nel rituale, perché tutto qui non è mio ma nostro, fratelli e sorelle, questa la paradossalità del Vangelo, questa è la paradossalità della vita monastica, l’intuizione fortissima cioè che la sommatoria dei singoli elementi della comunità produca una cifra più grande di ogni singola addizione quantitativa per far brillare una qualità che è tutto il mistero dell’eccedenza con la quale Dio non si stanca di inabitare i nostri cuori in forza di quella luce che misteriosamente ci attraversa, ci supera, ci rende capaci ,nonostante il nostro niente, di diventare testimonianza, riverbero di questo Vangelo, e Dio solo sa quanto sia importante esserlo su questa collina che guarda la città, quanto sia importante esserlo con questo  colore bianco che è la luce della luce.

Dio solo sa quanto è importante esserlo in un cimitero dove cioè le persone salgono per interrogarsi di fronte alla morte e che devono ravvisare nella nostra presenza perseverante di preghiera, di adorazione, di passione, un anticipo pasquale e una grazia, un fiume, una sorgente di speranza che da quassù il Vescovo Ildebrando mille anni fa ha saputo e voluto che discendesse in ogni strada della nostra città e adesso in questo mondo cosmopolita, in ogni angolo della terra facendo proprio della bellezza il riverbero della luce di una stella che ha inquietato i tre Magi, che molti secoli dopo ha inquietato il nostro Costantino e che deve inquietare ciascuno di noi per giungere finalmente senza esitazioni ad adorare e prostrarci davanti all’unico Signore della storia e fare della nostra vita un dono se possibile ancora più prezioso dell’oro, dell’incenso e della mirra.

Amen!

 

Trascrizione a cura di Grazia Collini

La fotografia è di Mariangela Montanari

 

 

 

 

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