«La porta sul chiostro, le finestre sul mondo». Omelia del padre abate Bernardo per la celebrazione delle esequie del padre abate Agostino Aldinucci

«La porta sul chiostro, le finestre sul mondo». Omelia del padre abate Bernardo per la celebrazione delle esequie del padre abate Agostino Aldinucci

Meditazioni

«La porta sul chiostro, le finestre sul mondo».
Omelia del padre abate Bernardo per la celebrazione delle esequie di Dom. Agostino Maria Aldinucci (1922-2022)
Abate emerito di San Miniato al Monte
Basilica di San Miniato al Monte, 25 Luglio 2022

Prima Lettura  Ct 3,1-4a.
Dal Cantico dei Cantici
Così dice la sposa:
«Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato
l’amore dell’anima mia;
l’ho cercato, ma non l’ho trovato.
Mi alzerò e farò il giro della città
per le strade e per le piazze;
voglio cercare l’amore dell’anima mia.
L’ho cercato, ma non l’ho trovato.
Mi hanno incontrata le guardie che fanno la ronda in città:
“Avete visto l’amore dell’anima mia?”.
Da poco le avevo oltrepassate,
quando trovai l’amore dell’anima mia».

Seconda Lettura   2 Cor 5,14-17
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, l’amore del Cristo ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro.
Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana; se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così. Tanto che, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.

Vangelo   Gv 20,1.11-18
Dal vangelo secondo Giovanni
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto».
Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”».
Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.

Omelia

«Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato
l’amore dell’anima mia;
l’ho cercato, ma non l’ho trovato.
Mi alzerò e farò il giro della città
per le strade e per le piazze;
voglio cercare l’amore dell’anima mia.
L’ho cercato, ma non l’ho trovato».

È questa la consolazione notturna con la quale, pur nel pianto e nella costernazione, lasciamo andar via l’abate Agostino verso l’inestinguibile luce del Cristo Risorto, lo lasciamo andar via serenamente consapevoli che la sua ricerca del Cristo deve continuare e finalmente compiersi nella beatitudine del Regno. È vero, già da tempo innumerevoli segni, costanti anticipazioni e profetici frammenti lo avevano avvertito della presenza concreta del Signore Gesù nel vivo tessuto del suo sapiente cuore, nell’operosa quotidianità della sua vita monastica e nell’intima radice della sua appassionata testimonianza di padre, fratello, amico e maestro di sequela. Noi siamo però altrettanto consapevoli che quella ricerca, quel pieno ottenimento, quella piena reciprocità con Cristo non si erano ancora conclusi nei suoi pur intensi giorni terreni, davvero qui non potevano ancora essersi conclusi. San Paolo ce lo ha spiegato molto bene: abbiamo ancora una «maniera umana» nella nostra parzialissima conoscenza del mistero del Signore Gesù. Certo, attraverso il dono della fede e attraverso la Chiesa se ne ha già una indubbia esperienza propiziata dall’ascolto della Parola, dalla liturgia, da uno sguardo di speranza generato in noi dallo Spirito sui volti, sugli eventi, sulle cose di questo nostro controverso mondo, una esperienza che ha tanto di un oggettivo spessore teologale, tuttavia quella pienezza e quella perfezione si otterranno solo entrando nell’assolutamente Assoluto, dove è entrato, sabato scorso, il nostro abate Agostino, obbedendo al mistero della vita che include anche il mistero della morte, attraverso la quale la nostra creaturalità finisce quasi per consumarsi ed è resa così in grado di attraversare come vorticosa supernova la relatività del tempo e dello spazio ed entrare oltre ogni minuto, metraggio e misura in quella inimmaginabile gloria che posizionerà le nostre esistenze, per la misericordia del Padre, nel cuore stesso della Santissima Trinità.

Ed è così che con tanto rammarico, ma con quella generosità che egli ci ha insegnato, possiamo salutare l’abate Agostino, ben consapevoli che davvero anche lui è col suo Signore, anche lui sale al «Padre mio e Padre vostro», sale al «Dio mio e Dio vostro», una salita meritatissima quella predisposta dalla Provvidenza per l’abate Agostino, una salita in discesa sulla scala monastica dell’umiltà che egli ha sempre praticato nella sua esistenza accordando i suoi giorni a quell’indole tipicamente benedettina della ricerca del Signore. Una biografia ascetica che a Monte Oliveto Maggiore aveva avuto il suo esordio fin dalla tenera età, ispirata dalla nobile presenza in famiglia del veneratissimo zio dom Gioacchino, vicario generale della nostra amata famiglia monastica olivetana -saluto adesso in questa luce di memore gratitudine il nostro abate generale dom Diego che oggi ha voluto essere presente in mezzo a noi e che con la sua evangelica umiltà, anche se a lui spettava,  ha desiderato farsi da parte e lasciare che io presiedessi questa liturgia esequiale. Saluto e ringrazio gli altri fratelli monaci: l’abate Cristoforo, l’abate James anzitutto, con loro condividiamo, insieme a tutti gli altri monaci di questa nostra abbazia di San Miniato al Monte e a molti altri, una figliolanza che fa riconoscere le nostre vite generate dal paterno magistero di amore verso il Signore che ha spinto l’abate Agostino,  come Maddalena e lungo i secoli tanti altri santi e sante, a cercare di notte e di giorno il volto di Dio, quaerere Deum, setacciando qui ogni indizio e traccia della sua presenza per riconoscere così che la nostra realtà, pur bellissima, resta sempre contingente, provvisoria, transitoria -mai disprezzabile, sia chiaro-, ma da contemplare attraverso quel verbo caro alla tradizione benedettina e gregoriana, quell’inspicere, ovvero quel guardare in profondità che trasfigura l’iniziale despicere, disprezzare. Quest’ultimo verbo ci è servito agli albori della vita monastica di ciascuno di noi per farci trovare tutto il non scontato coraggio con cui volgere le spalle alla realtà che ci circonda e tentare, contro le non sempre irragionevoli pretese di ogni nostra istintività,  di mettere a fuoco il mistero dei misteri, solo scoperto il quale potevamo tornare pure ad abbracciare la realtà cogliendone senz’altro tutto il suo grandioso valore, ma sapendolo anche posizionare nella sua dimensione, si direbbe, penultima e attraverso questa consapevolezza aprirsi con grande generosità verso la totalità che ci circonda, avendo finalmente scorto il principio di amore che l’ha originata e avendo intuito l’approdo verso il quale ogni vivente, possiamo dirlo davvero con feconda speranza pasquale, sarà attratto dalla misericordia del Padre.

Ed è esattamente questo mirabile passaggio dal despicere all’inspicere che caratterizza la testimonianza specifica dell’abate Agostino. Anzitutto la sua cella con la sua porta  sempre aperta nel chiostro del nostro monastero per accoglierci, ascoltarci, orientarci e generarci come figli, ma anche le sue finestre aperte su Firenze, con due inferriate così esili da essere incapaci di trattenere il suo amore per questa città, il suo amore per questo popolo, il popolo di San Miniato al Monte che siete voi, carissimi fedeli e amici, il popolo di Dio che saliva e continua a salire su questa collina per cercare quello che l’abate Agostino aveva trovato e avendolo trovato sapeva sia serbare che condividere. L’esito cioè di una ricerca insonne, ovvero il sentire il Signore presente nel cuore con una confidenza, una costanza e una perseveranza da poterlo quasi restituire con libertà, umiltà e spesso anche con grande creatività a tutti coloro che egli incontrava attraverso quelle finestre e soprattutto attraverso la sua diuturna permanenza fra queste colonne, dove era facile incontrarlo mentre domandava, sempre con delicatezza e stupore, a chiunque attraversava queste millenarie architetture la provenienza, la storia, le ragioni del proprio essere arrivato qui e dando così voce cordiale a questa bellezza romanica, voce di Vangelo, voce di speranza, voce di accoglienza, voce di comunione, voce di inclusione, fino all’estremo della sua vita, arrivando a donare, come gli ho visto fare innumerevoli volte, libri, bottiglie di vino, dolci e tanto altro ai poveri o ai giovani che pur sostando chiassosamente sotto le sue finestrelle mai da lui erano allontanati in forza di quel suo ardente desiderio di fare di questa basilica uno spazio di mistero per chiunque vi giungesse, adolescenti, pellegrini, visitatori, credenti, non credenti: per ognuno di loro valeva nel cuore dell’abate Agostino quel meraviglioso asserto del quarto capitolo della Regola di san Benedetto che fonda l’umanesimo cristiano: honorare omnes homines.

Questa prospettiva, carissimi fratelli e sorelle, è stata l’immagine più evidente dell’abate Agostino, ma il suo grande servizio, come sto confusamente cercando di suggerirvi, è forse quello che ancora una volta si deduce da quanto il Signore Gesù perentoriamente dice a Maddalena, perché ella non lo trattenga, così come noi non possiamo trattenerlo: «salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». Il grande servizio dell’abate Agostino credo davvero sia stato l’aver trasformato quel «mio» in un «nostro» e quel «suo» in una condivisa esperienza di comunione ecclesiale grazie alla quale anche chi, come me, freschissimo di conversione e ancora colmo nel cuore e nel pensiero di confusione e di turbamento, potesse già sentirsi misteriosamente appartenente ad uno spazio di bellezza concretissimo e appartato come il nostro mirabile chiostro che l’abate Agostino aveva dischiuso senza riserve e con generosa speranza pure ai miei disordinatissimi e scomposti riccioli di allora, senza attardarsi in minuziose e pidocchiose valutazioni che talvolta antepongono le ragioni psicologiche dell’umano al mistero dello spirituale; e ancora a fratelli come il nostro carissimo fratello primogenito Ildebrando, a fratelli come il nostro carissimo Stefano e a tutti coloro che assieme a noi possono dire con gratitudine: sì, ho incontrato il Signore e il mistero della mia e nostra vita si è manifestato come vocazione, come chiamata, come appello alla santità grazie alla «porta del cielo» che dom Agostino ci ha voluto e saputo spalancare. Ma anche per i fratelli che avevano interrotto il loro cammino, anche per i fratelli in cui lo sguardo del suo lucidissimo cuore aveva potuto riconoscere una grande fragilità, se non un vero e proprio fallimento esistenziale, in lui sempre il primato dell’amore, sempre il primato della misericordia, sempre il primato della consolazione, sempre il primato di una paternità incondizionata, accogliente, rigenerante.

Ed è in questa lungimirante prospettiva che l’abate Agostino ha continuato ad essere per tutti noi una sorgiva testimonianza zampillante di luce rassicurante, di fede inesausta e di speranza intrepida, una inesauribile miniera di intuitive interpretazioni delle molteplici complessità della vita, anche quelle della vita spirituale giacché anche la vita spirituale, presupponendo un esigente dinamismo di ricerca, ha le sue criticità. Per questa ragione è benedizione nella Chiesa la sapienza dell’intelligenza con la quale, attraverso la fatica del discernimento, si affrontano i problemi, si cerca di risolverli e si consegna l’esito felice della soluzione, non al mio individualistico vantaggio o al mio sterile appagamento, ma al bene comune, grazie al quale la comunità cresce in qualità, in coesione e in desiderio di futuro.

Da qualche anno l’abate Agostino era diventato per tutti noi, ma soprattutto per i giovani monaci di San Miniato al Monte un fantastico nonno, con la libertà tipica dei nonni che non hanno l’onere dell’immediata genitorialità, con tutto quello che questa comporta in termini di ansiosa assunzione di responsabilità. E dunque con i benedetti carismi tipici dei nostri più adorabili nonni, egli ha saputo incoraggiare, perdonare, consolare, aiutare a far sprigionare tutto il nascosto potenziale di amore, di fede e di speranza che le ultime generazioni che si sono affacciate in questo monastero hanno potuto grazie a lui esprimere. Un apporto assai prezioso questo donatoci dall’abate Agostino, cari fratelli e sorelle, se siamo con franchezza disponibili a riconoscere che quelli attuali sono tempi difficili, molto difficili, in forza di intricate motivazioni culturali e sociali, per l’epopea avventurosa della fede e ancora più arduo è l’audace ministero della speranza e forse ancora più problematica è una tenace trasfigurazione delle nostre cangianti e variopinte passioni in un amore autenticamente libero, liberante, stabile, radicato, disinteressato e proprio per questo evangelico.

Con questi suoi nipoti l’abate Agostino ha vissuto tutto l’estremo pomeriggio e l’incipiente sera della sua lunghissima vita e adesso, in conclusione, non posso non ringraziare, con profonda commozione, il grande magistero di amore che egli ha donato ai giovani fratelli monaci di questo cenobio che a loro volta lo hanno contraccambiato con una generosità, una complicità, un’allegria, una dedizione che solo il Signore saprà custodire e trascrivere nel libro della loro vita. Pertanto sarò per sempre gratissimo a dom Costantino e a dom Benedetto e al loro costante, paziente e gioioso amore che ha prolungato di mesi e mesi la vita dell’abate Agostino e, in queste ultime sofferte e riarse giornate estive, anche al prezioso servizio del nostro oblato Paolo, del dottor Carlo, del dottor Lorenzo e dell’infermiera Giovanna. Una riconoscenza e un abbraccio intensissimo vanno alla sua amata nipote Paola che ha offerto il dono prezioso della sua premurosa presenza allo zio abate Agostino, come a suo tempo, nel monastero olivetano di Londra, allo zio abate Vittorino. Grazie a voi dal mio cuore e dal cuore della comunità per tutta la vostra cura, le vostre innumerevoli ore notturne e senza sonno, i vostri gesti di attenzione e di sollievo e in generale tutto l’amore che avete saputo riversare negli ultimi giorni dell’abate Agostino, assicurandogli una serenità, una sicurezza e un incessante ed empatico sostegno con cui egli poteva già sperimentare qui in terra la tenerezza del Signore Gesù che dal cielo attendeva la sua attesa e desiderava il suo desiderio. L’abate Agostino senza dubbio dall’alto sarà per voi un secondo angelo custode e con la sua orante gratitudine egli saprà custodire, rafforzare e benedire i carismi delle vostre vocazioni. E che la sua paterna bontà fatta di dolce autorevolezza e di fine ironia, ma, se necessario, anche di misurata e disciplinata austerità, possa accompagnare il nostro cammino di monaci e continuare a proteggere questa nostra città.

Con questo orante auspicio saluto con tanta grata fraternità monsignor Giancarlo, vicario generale della nostra arcidiocesi di Firenze che ci onora della sua presenza e sono certo che egli ha portato qui con sé, come peraltro mi aveva chiesto per telefono lui stesso di esplicitare in questa azione liturgica, i saluti, le benedizioni e le preghiere del nostro carissimo cardinale arcivescovo Giuseppe. Ringrazio i confratelli presbiteri che sono qui con noi, sia da Ambra, ma anche dalla Chiesa che è in Firenze, in modo particolare il nostro parroco e fraterno amico don Leonardo. La vostra presenza è il segno benedetto con cui si riconosce e si ringrazia assieme a noi monaci la bella testimonianza di Cristo e il fedele servizio ecclesiale dell’abate Agostino, la sua vita spesa fino all’ultimo giorno per il vero bene, un bene invocato e testimoniato dalla minima geografia di una cella con la porta sempre spalancata nel cuore del monastero e le finestre giorno e notte affacciate sul mondo intero. Amen!

Trascrizione a cura di Grazia Collini

La fotografia di Mariangela Montanari ritrae l’abate Agostino assorto nelle sue letture sul sagrato di San Miniato al Monte, sotto le finestre della sua cella

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