«Noi, indizi viventi dell'evento pasquale». Omelie del padre abate Bernardo per la veglia e la mattina di Pasqua

15-16 Aprile 2017 - Veglia Pasquale 2017 (A)

 

Dal Vangelo secondo Matteo

Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba.
Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte.
L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto».
Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli.
Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno»

 

OMELIA

 

Fratelli e sorelle la Chiesa vi ha chiesto tanto stasera, vi ha chiesto di vegliare a lungo in un'ora in cui è buona consuetudine, se non dormire quanto meno prepararsi al sopore notturno, vi ha chiesto attenzione e ascolto quando ragionevolmente il nostro corpo, i nostri pensieri, si congedano dalla vigilanza e da tutta l'attenzione necessaria per affrontare al meglio la giornata.

La Chiesa vi ha chiesto di essere in questa Basilica, quando è consuetudine monastica che essa sia immersa nelle tenebre, per accogliere il canto delle vigilie con cui i monaci si preparano al giorno che inizia, molto prima dell'arrivo del sole.

Ma stanotte la Chiesa vi ha chiesto tutto questo, fratelli e sorelle, di essere vigilanza nel cuore della notte, luce nel cuore delle tenebre, attenzione nel tempo della distrazione, perché se è vero, come è vero, che nessun Evangelista ha osato e nemmeno potuto descrivere cosa sia effettivamente accaduto in quel sepolcro nuovo, cioè in che modalità lo Spirito Santo abbia spezzato quelle pietre, per far fuoriuscire dalle viscere della terra il nostro Salvatore, i quattro Evangelisti, in modo diverso ma complementare, hanno potuto raccontare, già lo abbiamo ascoltato, gli effetti in termini di gioia, esultanza, di missione, di condivisione dell'incontro con colui che è risorto.

Ma allora fratelli e sorelle, stasera noi siamo, generazione dopo generazione, anno dopo anno, l'effetto, uno degli effetti di quella potenza di amore che ha portato luce nelle tenebre, misericordia nel peccato, vita nella morte e se nessuno potrà descrivere cosa è accaduto di fatto nel cuore del sepolcro, ma raccontare gli effetti, anche noi ci aggiungiamo prodigiosamente con la nostra vigilanza, la nostra presenza, la nostra fede, la nostra attenzione, la nostra consapevolezza.

Non siamo in tanti, ma non importa, ciascuno di noi, fratelli e sorelle, è davvero indizio che qualcosa di nuovo e di straordinario è accaduto nella storia dell'umanità, qualcosa di più forte delle leggi ragionevoli della natura, degli accadimenti e degli orientamenti biologici che noi stanotte sovvertiamo, portando il mezzogiorno di luce nella mezzanotte di queste tenebre, perché siamo stati raggiunti dall'intuizione forte, verace, feconda che più delle tenebre, più della notte, ha potuto il mezzogiorno dello Spirito Santo, il fuoco con cui il Padre ha dato piena espressione al suo disegno di salvezza e piena manifestazione a quella sua intima volontà che si lascia riconoscere attraverso Cristo, come volontà misericordiosa di ricostruzione di tutta la nostra realtà, personale, anima e corpo, e cosmica, attraverso quella storia che da stanotte segna un misterioso nuovo inizio.

Non sono mie fantasie, fratelli e sorelle, sono quanto la Chiesa ci ha fatto pregare, attingendo ad una delle tantissime prospettive che la Pasqua propone all'intelligenza della nostra fede, mi ripeto, riproponendovi quella splendida preghiera che abbiamo pronunciato dopo il racconto profetico di Ezechiele, che salutava in ciascuno di noi la possibilità di un cuore nuovo, con cui vivere la novità di una alleanza mai vista e udita prima fra noi e il Signore:

 

O Dio, potenza immutabile e luce che non tramonta,
volgi lo sguardo alla tua Chiesa,
ammirabile sacramento di salvezza,
e compi l’opera predisposta nella tua misericordia:
tutto il mondo veda e riconosca
che ciò che è distrutto si ricostruisce,
ciò che è invecchiato si rinnova
e tutto ritorna alla sua integrità,
per mezzo del Cristo,
che è principio di tutte le cose.

 

Queste sono parole, fratelli e sorelle, formidabili, che non potremo commentare con coloro che verranno a messa domattina perché, pur non togliendo loro niente dell'osservanza pasquale, a noi il Signore, chiedendoci qualcosa di più, dona anche qualcosa di più, la prospettiva appunto per cui la nostra storia, i nostri minuti, il nostro corpo non è solo e soltanto la successione meccanica, biologica e naturale di minuti che ci invecchiano, ma il nostro corpo in Cristo, colui che rinnova tutto, lo abbiamo ascoltato, è predisposto per vivere anche un altro tempo, con un altro orologio, dove i minuti che passano, anziché invecchiare ringiovaniscono e il tempo che trascorre non ci porta verso distanze ulteriori, ma al contrario ci riavvicina alla sorgente, di modo che davvero la fine tocca il suo inizio e possiamo contemplare in Cristo risorto la vittoria, non solo sulla morte, sul male e sulle tenebre, ma più in profondità e più radicalmente su questa sorta di istintività naturale con cui anche noi troppe volte diamo l'ultima parola alle leggi meccaniche della natura e ci dimentichiamo che l'intelligenza in Cristo che ci è donata prospetta e trasfigura nuovi orizzonti anche alla nostra vita, anche al nostro quotidiano. E allora davvero la Pasqua può diventare una chiave interpretativa di una realtà che dobbiamo annunciare di qualità diversa, rispetto a quella che troppe volte anche noi pensiamo unica e insuperabile.

Io devo dirvi, senza dimenticare gli innumerevoli cataclismi che ogni istante sconvolgono la nostra storia, senza dimenticare le stragi -è di poche ore fa l'ennesima autobomba in Siria- io devo dirvi che è dal cuore di questa estate, dal terremoto di Amatrice, dal terremoto di Norcia che non vedevo l'ora di celebrare Pasqua!

Perché so che, al di là delle buone intenzioni della ricostruzione di quei frammenti preziosi per storia, vita, del nostro paese, sentivamo che c'era bisogno di ricostruire, anzitutto nel nostro cuore, una speranza più forte delle forze della natura stessa, più forte di ogni distruzione, più forte di ogni rassegnazione, più forte di ogni esposizione del nostro cuore fatalisticamente ormai rassegnata a vivere e a lasciarsi vivere, a seconda dell'impeto più violento, sia quello naturale sia quello di natura politica, culturale o ideologica.

Noi stanotte vegliando, riconosciamo nelle tenebre la forza inestinguibile di una piccola fiammella che accesa però dallo Spirito segnala un ricapitolarsi tutto nuovo e tutto ispirato dalla libertà dell'amore, molto più di ogni altra energia, pure capace di distruzione che la natura o anche il nostro peccato può purtroppo generare.

Questa prospettiva, fratelli e sorelle è uno degli innumerevoli contenuti sapienziali che la grande celebrazione pasquale apporta alla nostra intelligenza della fede, non ce la facciamo sfuggire!

La nostra non è una sola memoria archeologica di fatti del passato che, più o meno devotamente ed efficacemente, riproponiamo in un teatrino liturgico che organizziamo per scambiarci un po' di buone speranze, come si può fare nel veglione di capodanno dandoci gli auguri in un brindisi mentre la nave affonda.

Quello che noi stiamo compiendo è davvero qualcosa di grandioso nella sua semplicità, nella sua pochezza, anche nella nostra stanchezza, per questo la preghiera ha fatto dire con profonda consapevolezza che qui i nostri confini umani sono assolutamente superati dal mistero -volgi lo sguardo alla tua Chiesa, ammirabile sacramento di salvezza-

Siamo noi fratelli e sorelle, l'ammirabile sacramento di salvezza, siamo noi la Chiesa!

Anche se fragile, anche se peccatrice, anche se grinzosa, anche se stanchi, sbadiglianti, noi stasera siamo l'ammirabile annuncio sui tetti della città che l'ultima parola non è del tempo che invecchia, ma del fuoco dello Spirito che purifica e ringiovanisce i nostri cuori.

Ce lo dimostra fra l'altro la presenza in mezzo a noi del nostro Don Nicola, del nostro Abate Agostino, l'effervescenza dello Spirito li rende vigilanti ad onta dei loro anni e giù, giù verso i più giovani, tutti insieme, stanotte siamo ammirabile mistero, tenuto sveglio dallo Spirito Santo, quello stesso spirito che ha risvegliato il Signore Gesù.

Ricordiamoci, fratelli e sorelle, il grande assunto della mistica medioevale, l'uomo Capax Dei, l'uomo capace di Dio, non certo per le nostre presunzioni capacità argomentazioni ma semplicemente perché è quel vaso di argilla scolpito dall'amore di Dio, per essere recipiente dell'amore di Dio.

Lo è stato in pienezza in Cristo, lo è anche ciascuno di noi. Per questo smettiamo di vivere come sepolcri, ma facciamo in modo che davvero questa novità pasquale accenda in noi i più alti desideri e ricordarci sempre che in Cristo, tutto ciò che rasenta avvicina la fine, diventa misteriosamente un nuovo inizio.

Lo ha detto con un linguaggio poetico di profonda bellezza e con una intuizione teologica di grande limpidezza, la parola poetica di Evaristo Andreoli che abbiamo scelto per gli auguri che avete ricevuto dalle mani dei nostri oblati.

Vi invito a meditare su queste due liriche e soprattutto sulla prima, dove si narra anche la fatica di questi tre giorni di passione, morte e risurrezione del Signore. Non è stato nemmeno per lui un teatrino, ma una avventura, una via della croce, per incontrare, nel mistero dell'obbedienza, dell'accoglienza la parola progettuale del Padre nella sua esigenza di ricostruzione; dunque quale peso ricostruire la storia!

Cristo tutto questo ascolta ed è giunto fino a noi nei nostri cuori stanotte in questa Basilica, abbandonando il sepolcro vuoto, per riempire i nostri cuori di speranza.

E' stanco il nostro Signore, siamo stanchi.

Adesso, nutriti dell'Eucaristia, colmi di tanta sapiente parola, possiamo finalmente andare a dormire nella gioia di una consapevolezza nuova, quanto sia bello essere figli e figlie di Dio, quale dono prezioso, irrinunciabile, per dare autentico senso e significato alla nostra vita.

 

Nasce dal buio,

dall'antro più oscuro,

la luce che oggi

rischiara il pensiero;

ma quanta fatica

per vincere il nero,

quante lotte

e quanto sudore.

 

Ora si è espansa

all'infinito,

tra le galassie

e il confine del cielo,

ora s'addensa

nel grande mistero

dove l'inizio

incontra la fine.

 

(Evaristo Seghetta Andreoli da Inquietudine da imperfezione)

 

 

Fratelli e sorelle, buona Pasqua di Risurrezione

 

 

16 Aprile 2017 – Domenica di Pasqua (A)

 

 

 

Dal Vangelo secondo Giovanni

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

 

Omelia

 

Fratelli e sorelle, nè Pietro né Giovanni avevano compreso fino in fondo le Scritture, che cioè Egli doveva risorgere dai morti, non avevano forse fino in fondo decifrato, e anche intuito, la chiave interpretativa con cui rileggere tutta la vicenda del Signore Gesù, la quale è stata ben sintetizzata a pensarci bene, da quello che Pietro dice, prendendo la parola in una delle prime fulminanti prediche che la storia della Chiesa rammenti, e trascrive, per iniziare a infondere le ragioni della speranza nel cuore di noi, smarriti e disperati.

Come Dio -ci ha detto la pagina degli Atti degli Apostoli- consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazareth il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui.

Fratelli e sorelle, questo versetto ascoltato stamani può diventare davvero l'immagine, la porta di luce, attraverso la quale tentare di entrare nel mistero pasquale, sentirlo come una esperienza non remota, non archeologica, che la Chiesa propone con più o meno efficacia, per ridare un po' di slancio alla fatica con cui noi affrontiamo la vita e la storia.

Anzitutto questa mirabile descrizione in sintesi della vita del Signore Gesù, ha il grandissimo pregio di essere una immagine trinitaria, attraverso il Signore Gesù noi possiamo contemplare non solo il volto del Dio invisibile, ma anche fare esperienza dell'efficacia, seppure invisibile dell'amore del Padre, si dice infatti che Gesù è stato consacrato in Spirito Santo, che è potenza di amore e si dice appunto che il Signore Gesù godeva di una intimità con Dio, perché Dio era con lui, ci dice il testo degli Atti.

Questo anche spazza via la nostra tentazione di fare dell'esperienza della fede una sorta di raziocinante riflessione, come dire, analitica, abbiamo una certa esperienza del Signore Gesù per quello che ci raccontano, poi oltre un certo orizzonte, fumoso e indecifrabile, un'altra esperienza di un certo Dio e poi c'è questo altro elemento interrogativo che è lo Spirito Santo.

Noi in questo versetto vediamo una vera e propria economia, cioè una relazione intima di prossimità, ma anche di diversità e di distanza, fra queste tre persone, e possiamo così cogliere come davvero l'avventura umana del Signore Gesù con la nostra umanità, fratelli e sorelle, è il segno di come l'amore di Dio possa stare, seppur lontano e diverso da noi, intimamente correlato alla nostra umanità, alla nostra storia, alle nostre geografie che non sono dimenticate dal mistero e dalla alterità di questo Dio che proprio il Signore Gesù porta dentro di sé, perché anche noi lo possiamo sperimentare dentro di noi, e questa esperienza è resa possibile proprio dalla forza, dalla potenza, dice il testo degli Atti degli Apostoli, dello Spirito Santo che attenzione, non è una nostra idea concettosa e quasi spaventevole di potenza come onnipotenza, come un Dio fatalmente autoimponentesi sulla nostra realtà, cosi da schiacciare l'umano che altro non ha da fare se non vivere la sua vita come un destino scritto da qualcun altro. No!

Lo Spirito Santo è potenza di amore, per cui ispira e rende possibile al Signore Gesù quello che è l'effetto dell'amore e che sintetizza perfettamente Pietro nel suo discorso come la buona notizia del Vangelo stesso. Il Signore Gesù passa beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo dove per diavolo, fratelli e sorelle, dobbiamo cogliere questo mistero dell'iniquità che il linguaggio tipico della rivelazione biblica personifica, per renderci perfettamente consapevoli che il male non è, come dire, un'ombra, una sorta di fallimento della nostra condizione umana, privo per così dire di una sua consistenza. No, il male ha una sua soggettività, come ha una sua oggettività e il suo effetto è l'effetto disgregante che rompe l'armonia, rompe la relazione, crea distanza, sospetto, inimicizia e chiusura. Diaballein in greco vuol dire dividere, scompigliare, da cui viene la parola diavolo, e tutti noi abbiamo sperimentato e sperimentiamo questo effetto disgregrante che come distanza ci rinchiude in un individualismo necessariamente disperante, per il quale davvero alla fine la tecnologia metterà a disposizione, non solo l'eutanasia nella sofferta situazione per la quale pensiamo, preghiamo e compatiamo chi arriva all'estremo della propria capacità di sopportare la sofferenza, ma di altre forme di eutanasia che questo modello antropologico portano con sé, la tentazione di farla finita appena qualcosa accade e ci scopriamo drammaticamente soli e incapaci di portarla, in quella solitudine, l'ombra, la sofferenza, il male.

Ecco allora che questa parola che noi oggi ascoltiamo con profonda gratitudine e consapevolezza, afferma di nuovo l'amabilità della vita in forza di questa inerenza della nostra vita all'amore stesso che, contrariamente al progetto disgregante e dunque diabolico, è invece per la relazione, per la comunione, per la condivisione, per l'amicizia, per la fraternità, per la solidarietà, di cui è segno e simbolo quello che noi insieme stiamo celebrando, fratelli e sorelle, senza conoscerci, ma l'effetto dell'amore che benefica e risana è anche quello di schiudere il mistero di ciascuno di noi ad uno sguardo altro dal nostro, che lo possa accogliere, non più con diffidenza, peggio ancora con ostilità, ma come un dono, come è dono la vita, come è dono anche il mistero di quel limite che spesso e volentieri è una ragioni del nostro male; ma la forza della Pasqua ci riporta appunto l'amicizia di Dio con l'uomo di cui il Signore Gesù è il simbolo, segno, strumento, possibilità nuova e inaudita di una intimità che niente e nessuno può scollare, perché lo Spirito Santo e dunque Dio sta con lui, ma anche sta con noi fratelli e sorelle, perché l'avventura del Signore Gesù è davvero l'avventura che rende feconda e perenne la possibilità che ciascuno di noi riscopra questa intima vocazione e reale possibilità di sentirsi amato da Dio, non solo sapersi, per chi ha la fortuna di credere, amato da Dio, soprattutto sentirsi!

Per questo noi abbiamo bisogno ogni anno della Pasqua, anzi a dirlo fino in fondo,ogni settimana della Pasqua. Io vi invito gioiosamente e scherzosamente a tornare così abbondanti anche la prossima settimana, è gratis anche fra una settimana la Messa a San Miniato!

Perché abbiamo bisogno in realtà di riscoprire questa dimensione relazionale, comunionale, anzitutto certamente con l'amore di Dio che ci cerca, si fa prossimo col cammino del Signore Gesù nella nostra storia, un cammino al servizio dell'umano, beneficando e risanando: chi di noi fratelli e sorelle non ha bisogno di sentirsi beneficato e risanato?
E non sentendolo più, anche per colpa della nostra spesso malferma mediazione, andiamo a cercare benefici altrove, e invece davvero, ce lo ricorda Papa Francesco, il grande ospedale messo su dall'amore di Dio dove fermarci per sentirci guariti, beneficati e ristorati, dovrebbe essere davvero l'esperienza comunionale e amicale della Chiesa, il suo tessere relazioni nelle quali ognuno può e deve entrare col proprio fardello, la propria fatica, la propria sofferenza.

Che il Signore ispiri nei nostri cuori l'energia, la forza di sentirci tutti bisognosi di benefici, di guarigioni e trasformare la nostra lentezza e la nostra rassegnazione, la nostra grande tentazione di spengere la vita in mille modi diversi -non voglio far discorsi moralistici, tanto meno insensibili contro il dramma della sofferenza estrema, non mi fraintendete- mi riferisco appunto ai mille clic con cui spengiamo, in mille modi diversi, anche io, il mistero della vita, e allora il Signore per risposta ci dia la forza di quella bellissima corsa di Giovanni.

Pietro e Giovanni.

Chi non poteva arrivare per primo se non Giovanni?

Il discepolo più amato e il discepolo più amante del Signore Gesù, a ricordarci appunto che questo è l'effetto dell'amore, trasformarci tutti in atleti dello Spirito; certo poi si ferma, è giusto che entri, lenta come sempre, l'istituzione, Pietro ad accertarsi di quello che è accaduto, questo è Agostino che lo dice, non un teologo che si è svegliato l'altro giorno, E' Pietro che deve accertarsi, ma la rincorsa, fratelli e sorelle, anche più veloce della nostra, certamente della mia, è possibile per tutti, per ciascuno di noi e la molla di partenza non è la nostra forma, il nostro fitness, la nostra prestazione, ma al contrario, per paradosso e per mistero, proprio la riscoperta della nostra debolezza, del nostro bisogno, del nostro desiderio, quelle sono le molle che ci trasformano tutti in atleti in rincorsa verso il sepolcro per riscoprirlo vuoto, perché colmo dell'amore del Padre, che rende così possibile l'espandersi dell'amore pasquale, della buona notizia pasquale, nel cuore disilluso di ciascuno di noi.

Amen. Alleluja, il Signore è risorto!

Trascrizione a cura di Grazia Collini

Fotografia di Mariangela Montanari