«“Ma questo è forse un miracolo? È soltanto la verità". Andrej Tarkovskij e il rigore dello stupore». Intervento del padre abate Bernardo al convegno organizzato dall'Istituto Internazionale Andrej Tarkovskij nel trentennale della morte

L’eredità artistica di Andrej Tarkovskij

 

Giornata di studio a trent' anni dalla scomparsa (1932-1986)

Auditorium di Santa Apollonia

18 gennaio 2017

   

Intervento dell'Abate Bernardo Francesco Gianni

 

Ringrazio l'Istituto per avermi chiamato a condividere con voi una testimonianza di ammirazione, fedeltà e stupore al magistero del maestro Andrej, chiedo anticipatamente scusa per l'andamento un po' rapsodico delle mie note e per il fatto che dovrò lasciare anticipatamente questa sala, se così posso chiamare l'antica chiesa delle camaldolesi di Santa Apollonia.

Se l'uomo resiste dipenderà dal sentimento della propria identità, della propria dignità, dalla capacità di distinguere l'essenziale dal transeunte. Ritengo che il mio dovere consista nello spingere a riflettere su ciò che di specificamente umano ed eterno viva nell'anima di ciascuno. Ma questo elemento eterno e fondamentale il più delle volte viene ignorato dall'uomo, sebbene il destino sia nelle sue mani, egli rincorre fantasmi. Eppure in ultima analisi si riduce tutto a questa semplice particella elementare, l'unica su cui l'uomo possa basare la sua esistenza, la capacità di amare. Tale particella può crescere nell'anima di ciascuno fino a costituire l'impostazione centrale della vita, dare un senso alla vita umana. Ritengo che il mio dovere consista nel far sì che l'uomo avverta in sé l'esigenza di amare, di donare il proprio amore, che senta il richiamo del bello nel vedere i miei film.”

Carissimo Andrej e anche carissimi amici che siete qui, davvero credo che non esistano parole migliori, sono quelle che ho letto dal capitolo VII di “Scolpire il Tempo”, il capitolo intitolato, non a caso, “La responsabilità dell'artista”, a sigillare in maniera davvero definitiva e totale tutto il magistero, la sensibilità, l'intelligenza, la passione del maestro Andrej, in queste due fondamentali parole che qualificano, per lui e per noi, la dignità dell'uomo: l'amare e, accanto all'amare, l'esperienza della donazione di sé per una via di ritrovata bellezza.

Davvero davanti al maestro Andrej e alla sua opera possiamo far nostre le parole che lui stesso trascriveva nel suo “Martirologio” nella data del 23 marzo del 1980, parole rivolte a Puskin da un pascià turco: “Benedetta sia l'ora in cui incontriamo un poeta, il poeta è fratello del derviscio, egli non ha nè patria nè possiede alcunchè su questa terra e mentre noi poveri inseguiamo gloria, potere, ricchezze, egli è pari ai padroni della terra e tutti si prostrano davanti a lui.

Anche se purtroppo non tutti si sono prostrati davanti all'opera di Tarkovskij, almeno nella sua immediatezza, certamente davvero il maestro Andrej è un poeta fratello del derviscio, fratello del mistico in altre parole e davvero egli, esule, non possedeva terra -parafrasando San Paolo- per arrivare a possedere in realtà tutto.

Con le fortissime parole su bellezza, amore e dignità viene il desiderio di salutare l'intera opera e l'intera testimonianza esistenziale del maestro Andrej con le splendide parole di Padre Florensky, egli, riferendosi alla novità della vita in Cristo così diceva:
“E' una vita nuova la vita nello Spirito. Qual è il criterio che legittima questa vita? La bellezza. Perché esiste una particolare bellezza spirituale, inafferrabile con le formule logiche -sembra di leggere alcuni importanti passaggi della specificità dell'arte oltre la logica in tante pagine di “Scolpire il Tempo”- ma allo stesso tempo unico metodo giusto per definire che cosa è ortodosso e che cosa non lo è, gli specialisti di questa bellezza sono gli s t a rc y spirituali: i maestri dell'arte delle arti che è l'ascetica, secondo le parole dei Santi Padri.”

Mi sento, se posso osare dire questo, confratello del grande sacerdozio di bellezza, di essenzialità, di verità, di amore e di bellezza che davvero Andrej Tarkovskij ha donato all'umanità che si è voluta mettere in ascolto e in visione della sua ricerca di senso, e credo che davvero si debba partire proprio da qui, da questo umanesimo della bellezza e della verità del maestro Tarkovskij se ne vogliamo qualificare un ritratto e soprattutto una percezione dell'umano, in tempi come questi in cui il riduzionismo imperante sull'uomo e dell'uomo, corre il rischio di ridurlo a semplice fenomeno privo di alcun valore trascendente.

Ancora le parole del maestro Tarkovskij:

Un uomo -egli dice- che non tende alla grandezza dell'animo è meno di niente, qualcosa come un topo o una volpe. La religione è l'unica sfera aperta dell'uomo per riconoscere l'onnipotenza e quel che v'è di più potente al mondo è quello che non si vede, non si ode e non si tocca, ha detto Lao Tze.”

E ancora su questa distinzione, che ricorre spesso nelle pagine di Tarkovskij fra l'uomo e l'animale sottolineando questa dimensione di libertà propria dell'uomo:

La vita certamente non ha alcun senso -ancora “Martirologio”, una pagina del settembre 1970- se ne avesse uno l'uomo non sarebbe libero, diventerebbe piuttosto schiavo di quel senso e la sua vita si edificherebbe partendo da criteri completamente diversi, da criteri di schiavitù, come gli animali, il cui senso della vita consiste nella vita stessa, nella continuazione della specie. L'animale svolge il suo lavoro di schiavo perché sente istintivamente il senso della vita. Per questo la sua sfera è chiusa, la pretesa dell'uomo sta invece nel volere raggiungere l'assoluto.”

San Benedetto nella nostra Regola, mi perdonerete questo inciso, qualifica la tensione propria di una autentica vocazione monastica esclusivamente per una espressione latina “Quaerere Deum”, cercare Dio, questa tensione verso l'assoluto di cui parla qui il maestro e per la quale è difficile non sentirmi profondamente affratellato.

Sono parole molto importanti, ve ne rendete sicuramente conto, che ritornano ancora una volta a ribadire l'insistenza su un tempo, evidentemente caro all'elaborazione di una antropologia della bellezza, propria del nostro caro maestro Andrej.

In Russia -egli scrive in Scolpire il Tempo- amano molto ripetere le parole dello scrittore Korolenkov secondo il quale l'uomo è creato per la felicità come l'uccello per il volo -ancora una volta un esempio tratto dal mondo animale. E il suo commento- Non vi è nulla di più lontano ed estraneo all'essenza del problema dell'esistenza umana di questa affermazione. Che cosa significa per l'uomo il concetto di felicità? La soddisfazione forse, l'armonia, il dovessi dire all'attimo:- ma rimani tu sei così bello! Ma l'uomo è sempre insoddisfatto e sempre proteso, non verso finalità concrete e definitive, bensì verso l'infinito. Persino la Chiesa è incapace di soddisfare questa sete di assoluto che caratterizza l'uomo esistendo ahimè -sono parole severe che suonano al mio cuore di monaco e inevitabilmente di uomo di Chiesa come un monito importante- come appendice, calco, caricatura delle istituzioni sociali che organizzano la vita pratica e in ogni caso la Chiesa si è dimostrata fino ad oggi incapace di controbilanciare lo sbandamento in direzione tecnico-materialistica con un appello ad un risveglio spirituale. Nel contesto della situazione che si è creata la funzione dell'arte sarà allora quella di esprimere l'idea di assoluta libertà delle possibilità spirituali dell'uomo -L'idea di assoluta libertà delle possibilità spirituali dell'uomo!- Mi sembra che l'arte sia sempre stata uno strumento di lotta dell'uomo contro la materia che tenta di inghiottire lo Spirito. Non è casuale il fatto che nel corso dei quasi due millenni di esistenza del cristianesimo l'arte si sia sviluppata per lunghissimo tempo nell'alveo di idee e finalità religiose. Con la propria esistenza ha mantenuto viva l'idea di armonia nell'uomo, per sua natura disarmonico.”

Vengono in mente le potenti parole di un altro grande pensatore del '900, Romano Guardini:

Un animale è immediatamente identico a se stesso. Diciamo più esattamente: per un animale non esistono domande. E' come è, inserito e risolto nel proprio ambiente. Di qui l'impressione di “naturalezza” che l'animale ci fa: esso è tutto quanto come deve essere in rapporto alla sua essenza e alle condizioni ambientali. Con l'uomo le cose non stanno così. Egli non si risolve in ciò che è e in ciò che esiste riferito a lui. Egli può porsi in distanza da se stesso e riflettere su se stesso; può giudicarsi; può desiderarsi al di là di ciò che è in direzione di ciò che vorrebbe o dovrebbe essere.”

E' uno splendido inno, potrei quasi dire, quello di Romano Guardini alla libertà, alla dignità dell'uomo, irriducibile ad una semplice e istintiva animalità.

Insisto su questo, e mi perdonerete questa citazione che ci porta lontano, ci ha portato lontano dal magistero di Andrej, ma credo che sia importante proprio per cogliere direi, ce lo potrebbe dire suo figlio con una testimonianza incomparabile, questa percezione che si ha leggendolo, guardandolo, ascoltandolo, guardando la sua opera nello stesso tempo di pace e inquietudine insieme.

Non a caso egli, quasi fosse un monaco allenato da lunghi decenni di vita monastica, ci scrive sempre in “Scolpire il Tempo”:

Secondo me da una crisi spirituale emerge sempre la salute, la crisi spirituale è il tentativo -sembra quasi riecheggiare il Vangelo riecheggiato da Guardini- di trovare se stessi, di acquisire una nuova fede. La condizione di crisi spirituale è la sorte di tutti coloro che si pongono domande esistenziali. L'anima è assetata di armonia mentre la vita è disarmonica, in questa diversità è racchiuso lo stimolo al movimento, la sorgente della sofferenza e al tempo stesso della speranza, la conferma della nostra profondità e delle nostre facoltà spirituali.”

Sono parole per me di grande importanza, lo ripeto, per il contesto culturale nel quale ci troviamo a vivere, parole che si annodano, il tema della libertà, il tema della responsabilità,, il tema della spiritualità come qualificazione di uno sguardo qualificante della realtà che ci circonda, tutt'altro che una generica fuga dalla storia! E in questa prospettiva colpisce la visione dello scenario nel quale l'uomo di Tarkovskij si trova ad agire, uno scenario appunto che sollecita e tormenta la sua responsabilità e la sua libertà, in una prospettiva che faticosamente, pagina dopo pagina, fotogramma dopo fotogramma, il maestro Andrej lascia che si trasfiguri come esperienza di speranza.

“Martirologio” 29 ottobre 1978: “E in effetti solo due coppie di concetti antagonistici suscitano soprattutto la nostra inquietudine, vita-morte, bene-male. E' intorno a questi concetti che si edifica qualsiasi concezione filosofica dell'uomo. Perché questo avviene? Perché probabilmente questi concetti contengono l'essenza della nostra esistenza, il senso, il segreto del principio del nostro movimento – una parola importantissima per Tarkovskji, già l'abbiamo ascoltata, perché movimento sta tutt'uno con il tempo e il cinema per Tarkovskij sarà davvero questa trascrizione nel tempo dell'esperienza dell'uomo, in una forma assolutamente inedita, comparabile, se avremo tempo di dirlo lo diremo, ad un'altra esperienza totalizzante che non prescinde mai dal tempo e che è sommamente cara alla dimensione spirituale e monastica e che è tra l'altro il luogo teologico ed esistenziale con cui l'oriente cristiano pensa l'uomo e la sua vicenda, la liturgia.

La liturgia.

Dice appunto Tarkovskij: “....il senso e il segreto del principio del nostro movimento e questo è noto da talmente tanto tempo che sembra strano che il bene continui a restare inaccessibile, però anche questo è pienamente comprensibile, l'esistenza dell'uomo richiede un costante sforzo etico, proteso a compiere il bene, affinchè ciascuna vita abbia il suo compimento e con ciò stesso contribuisca all'evoluzione dell'intera umanità. Questo contributo di responsabilità che nel tempo si fa anche premura per chi viene dopo di noi.”

La scena finale di “Sacrificio” sotto questo profilo è esemplare.

La nozione di bene-male e il loro conflitto è altrettanto indispensabile alla vita eterna della differenza di potenziale per far scaturire l'energia o della differenza di pressione atmosferica per far nascere il vento -bellissima questa immagine di una polarità bene-male che di fatto tiene viva la storia, ci impone in un certo senso, nella libertà e nell'esercizio del bene, come anche di quello del male, la possibilità di fare per tutti noi la nostra parte- perciò la lotta tra bene e male esisterà finchè esisteranno l'uomo e la sua vita su questa terra. L'uomo deve arrivare navigando sul mare fino alla riva opposta, se non vuole annegare, l'acqua del mare e il mare, barca e remi sono il bene -immagine questa dell'acqua, dell'immersione che tornerà anche in un celebre sogno del maestro Tarkovskij e che ci servirà per entrare proprio nella dinamica della simbologia liturgica, sottesa io credo a questa immagine, l'immersione nella morte di Cristo e la barca simbolo della Chiesa, simbolo della possibilità di pregustare la vita eterna attraversando il mare senza morirci.

Dunque prospettive come intuite forti, che ci richiamano anche ad una forte critica che Tarkovskij dà ad una esaltazione -qui i connotati politici, culturali e sociali, immaginando appunto da dove viene il maestro, non sono difficili da intuire- e cioè la sua critica della assolutizzazione del lavoro, un altro aspetto fondamentale che un monaco apprezza moltissimo, perché San Benedetto, come tutti loro sanno, ci invita a vivere la dimensione complementare del lavoro Ora et Labora, tutti lo sanno, ma guai se il monaco quando suona la campana restasse inchiodato nell'esperienza del lavoro, senza uscire da quella dimensione obbligante, per accedere all'esperienza liberante della liturgia.

Gli uomini sono isolati -dice Andrej Tarkovskji- si possono unire gli uomini con una causa comune solo se questa causa è basata sulla moralità, se rientra nel sistema dell'ideale, dell'assoluto, per questo il lavoro non potrà mai essere qualcosa che eleva l'uomo, per questo esiste il progresso tecnologico, elevare il lavoro a ideale per l'uomo è una cosa mostruosa, sarebbe come elevare il nutrimento dell'uomo a valore e virtù- dice qui Tarkovskij citando Tolstoj- cucirsi gli stivali e arare la terra erano necessari all'uomo, erano necessari perché gli fornivano una percezione particolarmente acuta della propria carnalità, della quale Tolstoj era il cantore -postilla Tarkovskij e aggiunge, e anche questo è un tema molto importante- se non si può misurare l'incommensurabile, allora al di fuori di Dio l'uomo non ha giustificato in alcun modo la propria esistenza. L'umanità non ha trovato null'altro di altrettanto grande che lo sforzo di arrivare ad una possibile conoscenza attraverso la religione, la filosofia e l'arte dell'infinito.”
Dunque questo è un po', mi sembra, il quadro complessivo della tensione con cui Tarkovskij pensa, vive, patisce la storia e l'avventura dell'umano nella storia. Con questa sottolineatura, credo importante, da ribadire, di un senso anche drammatico della solitudine.

Io mi sono appuntato qui un passaggio del suo diario, bellissimo, sulla solitudine in cui il maestro, non a caso, conclude questo momento drammatico con un “salvami Signore”, ma al di là del tratto più autobiografico c'è un passaggio di “Scolpire il Tempo” illuminante: “I miei film, in un modo o nell'altro parlano del fatto che gli uomini non sono soli e abbandonati, in un universo vuoto, ma legati al passato e al futuro, da una infinità di fili e che ogni uomo col proprio destino stabilisce un legame col destino universale dell'umanità. La speranza che ogni singola vita e ogni singolo atto abbiano un senso e un valore, accresce infinitamente la responsabilità dell'individuo nei confronti del movimento generale della vita.”

Torna il tema del movimento e torna appunto la dimensione bellissima della speranza, decisiva, se si pensa appunto a come, nella prospettiva cristiana, ogni credente con Paolo non può non salutare il Padre della Gloria e invocarlo perché, cito la lettera agli Efesini “ci dia uno Spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di Lui. Egli possa davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati.”

Ecco, io devo dirvi che davvero questo versetto di Efesini -1,18 potrebbe essere un sigillo dello sguardo cinematografico di Andrej Tarkovskij, occhi illuminati nella sua mente per aiutarci a comprendere a quale speranza siamo stati chiamati, una speranza appunto, ce lo ha detto nel capitolo VIII dopo “Nostalghia”, per cui ogni singola vita e ogni singolo atto hanno un senso e un valore. Ricordiamo che a metà 900 in “Tristi tropici” di fatto Claude Levi Strauss assimila l'uomo ad un semplice fenomeno naturale che non ha nessuna qualificazione diversa da quella che può avere una pietra, anch'egli con il fare del tempo è destinato a diventare, cito proprio “Tristi Tropici” , più o meno con le creazioni del suo spirito, niente di meno che un fossile.

Voi capite proprio questa antitesi fortissima e cosa ci dice oggi l'umanesimo di Tarkovskij per qualificare l'avventura umana.

Si potrebbe andare avanti a lungo, raccogliendo davvero come perle preziose, una sommatoria quasi infinita di pagine e di intuizioni in cui il maestro ci conduce, in una sorta di laico breviario, fino ad affacciarci davvero al grande mistero che è quella parola decisiva: miracolo.

C'è in “Martirologio” 9 settembre 1970, un'altra affermazione importante che salda il tema della speranza e della solitudine al senso stesso dell'arte e credo pertanto sia utile e importante citarla:

Ho letto “La culla per il gatto” di Vonnegut, un libro lugubre, scritto bene. Comunque il pessimismo non è pertinente all'arte, la letteratura come l'arte in generale è religiosa, nella sua più alta manifestazione dona la forza, infonde speranza, di fronte al mondo moderno mostruosamente crudele e nella sua insensatezza giunto fino all'assurdo. La vera arte contemporanea ha bisogno di catarsi con cui dovrebbe purificare gli uomini davanti alle catastrofi imminenti o incombenti. Senza speranza non c'è l'uomo.

Dunque nell'arte bisogna mostrare questo orrore nel quale vivono gli uomini soltanto nel caso in cui alla fine esista un modo per esprimere la fede e la speranza. Per cosa? In cosa? Nel fatto che, nonostante tutto, egli è pieno di buona volontà e del senso della propria dignità, anche di fronte alla morte, nel fatto che non tradirà mai l'ideale, la propria vocazione umana. Certo è strano, ma quando le persone si mettono insieme sulla sola base di un criterio di comunanza professionale o geografica incominciano solo a farsi ogni genere di angherie, perché ciascuno ama solo se stesso. L'idea comunitaria è soltanto un'illusione che presto o tardi produrrà nubi sinistre.”

Dunque, come vedete coesistono, come in quella tensione fra bene e male, da un lato riconoscere questo primato della speranza, dall'altro questo sguardo estremamente lucido sulla dimensione della fragilità del legame comunitario che, senza troppa fatica nella sua patria, Tarkovskij riconosceva generato da interessi chiaramente ed esplicitamente non spirituali, cioè non protesi a quella assolutezza, ma alla contingenza di beni materiali.

Credo un altro aspetto fondamentale, credo pure importante, da sottolineare in questa prospettiva, è naturalmente come per Andrej Tarkovskij parlare di arte significa una soggettività generata da quella esperienza che è particolarmente, come dire, simpatetica all'esperienza del mistero propria di un monaco. Tarkovskij nel capitolo II “L'arte come nostalgia dell'ideale”, ci dice molto chiaramente “la scoperta artistica nasce ogni volta, diversamente da altre forme di conoscenza, in modo tutto particolare quella scientifica, come una immagine nuova e ripetibile del mondo, come un geroglifico della verità assoluta, si presenta come una rivelazione – ecco questa parola chiave dell'esperienza teologica, una rivelazione che l'artista coglie, ma nello stesso tempo riceve- un desiderio appassionato e improvviso di afferrare intuitivamente tutto in una volta le leggi del mondo, la sua bellezza e il suo orrore -quella polarità di cui si parlava- la sua umanità e la sua ferocia, la sua infinità e la sua limitatezza -e su questo è utile ancora insistere, pagina 42, sempre il capitolo II di “Scolpire il Tempo”:

L'artista ci rivela un mondo, costringendoci a credere in esso o a rifiutarlo. Creando l'immagine artistica egli supera sempre il proprio pensiero che risulta del tutto inadeguato al cospetto dell'immagine del mondo che ha sentito e percepito e che gli è apparso come una rivelazione- come una rivelazione, è chiarissimo ed esplicito, qui di fatto Tarkovskij, dunque mi perdonerete questo ulteriore riferimento biblico ma imprescindibile, Colossesi, la lettera di San Paolo: Paolo diventa ministro di una rivelazione “il mistero nascosto da secoli e generazioni, ma ora manifestato ai suoi Santi, ai quali Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero.”

Dunque davvero credo che senza questi ancoraggi biblici sia difficile cogliere l'estetica dell'arte di Andrej Tarkovskij e anche dunque la constatazione di fatto di un impoverimento drammatico che non può non registrarsi nella modernità. Egli in questo senso diagnostica “nonostante che nell'anima di ciascuno ci sia Dio e ci sia la disposizione ad accumulare quanto vi è di buono e di eterno, gli uomini nel loro insieme non sono capaci che di distruggere, perché non si aggregano attorno agli ideali, ma nel nome di una idea materiale. L'umanità è piena di sollecitudine per la protezione del proprio corpo, ma non ha pensato a proteggere la propria anima, nel corso della storia della civiltà la parte spirituale si è sempre più allontanata dalla parte animale e materiale, tanto che adesso nelle tenebre dello spazio infinito, scorgiamo i fanali di coda del treno che ci allontana, la carne e lo spirito, il sentimento e la ragione, non potranno riunirsi mai più, è troppo tardi.”
Una diagnosi estremamente sofferta, una diagnosi che ci introduce a questo, direi ultimo aspetto, che voglio sottolineare e qualificare, se possibile meglio, dell'opera del maestro, perché ci introduce nella sottolineatura di questo divorzio fra spirito e materia, nella fondamentale solitudine dell'uomo e nel suo rassegnarsi ad una tecnologia e ad una materia imperante, a quella esperienza cui già prima alludevo che in realtà nella teologia, soprattutto dell'oriente, è al contrario grande sintesi fra materia e spirito, fra il tempo e l'eterno e cioè appunto la liturgia.

Mi aiuta in questo un passaggio molto bello del capitolo IX di “Scolpire il Tempo”:

Il mondo è scisso in due parti, il bene e il male, la spiritualità e il pragmatismo -notate come questa tensione dualistica è costante nella lettura di Tarkovskij della realtà- il mondo umano è costruito e modellato sulla base di leggi materiali, perché l'uomo ha costruito la società sul modello della materia morta, applicando a se stesso le leggi della natura inanimata. Perciò non crede nello spirito e rifiuta Dio, si nutre infatti di solo pane -si nutre infatti di solo pane- e dunque come potrebbe vedere lo spirito, il miracolo, Dio, se dal suo punto di vista non hanno parte funzionale in nulla, sono inutili e l'uomo semplicemente non li vede. Laddove, oltre l'utilitarismo regna il puro empirismo, improvvisamente di tanto in tanto avvengono i miracoli, la fisica – e racconta di quell'incontro col fisico Landau che gli rispondeva circa l'esistenza di Dio uno speranzoso “penso di sì”.

Ecco, io credo che dobbiamo davvero cogliere qui la possibilità di leggere l'opera cinematografica, forse è un azzardo improprio, non sono un critico cinematografico e anzi dovrei solo tacere, ma credo che veramente andrà sottolineato questo paradigma fornitogli dalla sua stessa esistenza, dalle sue letture, dalla sua inquietudine che è appunto il paradigma liturgico, questa esperienza fortissima

propria di tutta la Chiesa, ma naturalmente, in modo tutto particolare, dalla tradizione orientale e russa in modo ancora più specifico dove, nella liturgia, come dice padre Florenskij “tutto partecipa di tutto, essa è -con una definizione che Tarkovskij, l'ho già detto, userà per la stessa cinematografia- una sintesi delle arti.”

C'è l'icona, c'è il profumo dell'incenso, c'è il canto, c'è il movimento. “La religione cristiana -dice ancora Padre Florenskij – ha la sua forza per trasformare -sembra di rileggere Tarkovskij- una vita inutile e informe in bellezza, armonia divina e, per quanto di rado, la vita come celebrazione.”

E' proprio la liturgia a fornire a Tarkovskij la possibilità, per il fatto stesso dello statuto teologico della liturgia e della teologia sacramentaria, cioè l'uso di cose, pensate all'Eucaristia, pane e vino, perché diventino esperienza dell'infinito, a proporgli una dimensione sintetica della realtà stessa, “la grazia dello Spirito Santo- dice Sergei Bulgakov- svela la Santa corporeità, crea una carne Santa, il molto buono del mondo, la bellezza e la rivelazione per eccellenza dello Spirito Santo”.

E' un tutt'uno, io credo in questa prospettiva e davvero concludo, per la quale si dovrà almeno ricordarci come per Tarkovskij tutto si tiene, si deve tenere, verità, bellezza. Non è assolutamente pensabile una bellezza che prescinda dalla verità. Non vi annoio, o per lo meno non vi stanco, con ulteriori citazioni, ma andrà almeno questo sì, perdonatemi, prima di concludere, sottolineare la centralità dell'esperienza del tempo e della fruizione cinematografica dove, secondo me, davvero Tarkovskij ha, seppur implicitamente, singolarmente avvicinato il mistero del cinema, anche nella sua potenzialità immaginifica, emotiva, tecnologica, all'esperienza del tempo, cioè di quel movimento che la liturgia permette.

Egli in “Scolpire il Tempo”, nel capitolo sul tempo impresso ci dice appunto: “perché la gente va al cinema? Che cosa la conduce in una sala buia dove rimane seduta due ore a osservare un gioco di ombre sopra un telo? La ricerca del divertimento? ....Non è da ciò che bisogna partire bensì dall'essenza fondamentale del cinema che è collegata con l'esigenza umana -adesso queste parole credo vi saranno più chiare in tutta la loro pregnanza- di prendere coscienza e di appropriarsi del mondo -in una dimensione naturalmente di sintesi- Ritengo che l'impulso normale della persona che va al cinema consista nel fatto che vi si rechi alla ricerca del tempo, di quello perduto o di quello che ancora non ha trovato, una esperienza vitale che trasfigura lo spettatore in un testimone.”

Voglio e devo fermarmi qui, certamente è assolutamente credo ricchissimo tutto quello che prospettive di questo tipo aprono, anche come terapia alla nostra frammentazione, alla nostra cattiva capacità di tenere insieme il mondo, il cielo e la terra, l'eterno e il finito, ma anche le diverse discipline. E vorrei concludere riavvicinandomi davvero, e ripensando anche a quel sogno in cui il maestro Tarkovskij si immagina immerso nell'acqua, intuendo il rischio di morte e cogliendo appunto questa minaccia di solitudine come guaribile solo e soltanto attraverso quel potente legame di amore, di bellezza e di verità che con la speranza, nel bello, può finalmente essere attenuato, evoco l'immagine che tutti noi conosciamo, non c'è bisogno di ricordarlo, quel miracolo dell'albero che rifiorisce alla fine di Sacrificio che, non a caso, il maestro Tarkovskij qualifica in quanto miracolo quale verità.

Niente di diverso, è nel miracolo, per tutto quello che si è detto, che si trova lo statuto stesso della verità e della bellezza.

E allora è proprio quello che il maestro ci ha consegnato come una eredità preziosa, quella particella che deve e può credere nell'anima, fino a ricostituire nel cuore di ciascuno di noi un senso alla nostra esistenza, ridonandoci l'esigenza di amare, di donare il proprio amore e il richiamo del bello.

Andrej Tarkovskij, ed è davvero quello che voglio dirvi in ultimo, il 28 giugno del 1980 fa un viaggio nel Lazio, “con Franco, Tony e Laura siamo andati a Tivoli e poi oltre, a Subiaco, al monastero di San Benedetto e al monastero di Santa Scolastica. Il primo è scavato nella roccia e ha una grotta nella quale San Benedetto è vissuto tre anni, nel secondo ci sono due piccoli chiostri interni straordinari, uno dei quali del XV secolo nella parte interna è affrescato con colonne e finestre. Il risultato è uno straordinario senso di irrealtà, ala metafisica.

La chiesa costruita da Quarenghi è un posto meraviglioso, tutto è un luogo meraviglioso in tutti e due i monasteri, la calma, la pace e il silenzio ti riempiono l'anima.”

La pace, la calma e il silenzio che il maestro Tarkovskij con le sue immagini, le sue parole e i suoi silenzi continua ad insegnarmi.

Grazie di Cuore.

 

Trascrizione a cura di Grazia Collini

Fotografia di Andrea Ulivi