«Un essere confinario che non ha confini». La riflessione del padre abate Bernardo nell'ambito del ciclo di conferenze «Sulla scia dei giorni. Dialoghi sul limite» promossa dalla Fondazione Italiana di Leniterapia

Sulla scia dei giorni – Dialoghi sul limite

Spiritualità e limite

 

Abate Bernardo Gianni introdotto da Pierluigi Rossi Ferrini

Teatro Niccolini di Firenze

21 gennaio 2017

 La videoregistrazione della conferenza è disponibile su

https://www.youtube.com/watch?v=07f1F4AXpGs

 

Intervento del Professor Rossi Ferrini

 

Padre Bernardo è un uomo particolarmente aperto al dialogo e questa volta il dialogo che noi vi presentiamo è un dialogo difficilissimo perché è un dialogo dentro se stesso, cioè nella ricerca di un qualche cosa che dia uno scopo, un senso, un motivo alla vita e a tutto quello di bello e di brutto che la vita ci può offrire. In definitiva il dialogo è quello famoso che pone la filosofia, chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo e quindi è un qualche cosa di particolarmente difficile.

Perché siamo sempre alla ricerca di qualche cosa. La vita nostra è una vita che è sintetizzata per alcuni aspetti da una poesia bellissima e terribile insieme quale quella di Salvatore Quasimodo “Ed è subito sera”

Ciascuno è solo nel cuore della nuda terra, trafitto da un raggio di sole. Ed è subito sera”

Ecco io vorrei di tutta questa poesia considerare un secondo due momenti particolari, cioè “solo”, la solitudine e un altro aspetto è il “trafitto”.

Trafitto non vuol dire accarezzato dal raggio di sole, vuol dire trafitto, quindi qualcosa di doloroso di per sé, ed è doloroso perché il raggio di sole nella nostra vita è effimero e allora, ecco che proprio questo ci porta al desiderio, alla necessità di un qualche cosa che non sia effimero come questo raggio di sole, ma che invece dia un senso ai problemi che inevitabilmente incontriamo nella nostra vita, dia un senso alla concezione della morte che alla fin fine è il destino della nostra vita, per lo meno della nostra vita materiale, terrena.

Ecco quindi che già nella poesia ermetica, però che si apre a tanti nostri sentimenti, di Salvatore Quasimodo c'è in nuce quello che noi dovremo, cercheremo di fare, sentire, quello in cui ci accompagnerà, in questo dialogo dell'uomo dentro se stesso, ci accompagnerà Padre Bernardo.

Quando quindi noi nasciamo, ecco il discorso della solitudine, ma più che altro dell'effimero di questo raggio di sole, sappiamo che dovremo morire, ecco questo non c'è dubbio e sappiamo anche che nella vita ci saranno delle gioie, speriamo tante, ma sappiamo anche per certo che ci saranno dei dolori, tanti dolori.

Ecco e allora perché tutto questo?

Mi ricordo di uno studio che è stato fatto molto brillante, io sono medico, da Elisabeth Kübler-Ross la quale, di fronte alla notizia di una malattia mortale, ha ben identificato dei momenti, più che delle fasi, che attraversa la persona che ha avuto questa notizia di una malattia mortale.

La prima fase è la fase della negazione, -ma come è possibile, ma che cosa dicono, io non sto così male da avere questa malattia e allora è la fase in cui c'è una ricerca di qualcuno che dica qualche cosa di diverso.

Poi la seconda fase è la fase della rabbia, perché a me? È impossibile che proprio sia toccato a me questo destino così difficile.

La terza fase, il terzo momento, io parlo di momenti o di fasi, ma non sono fasi che necessariamente si susseguono nel tempo, possono anche embricarsi fra loro, la terza fase è quella del patteggiamento, cioè dopo la negazione, dopo la rabbia, viene la ricerca di un qualche cosa che a un certo momento possa spiegare, possa in qualche maniera portare ad adattarsi a questo destino inevitabile e così difficile. Ecco la fase del patteggiamento è la fase che precede la fase dell'adattamento, l'adattamento a questa situazione.

Io credo che nella vita di ciascuno di noi nel momento in cui si nasce e sappiamo cioè che dovremo morire, che dovremo anche soffrire c'è inevitabilmente il percorso lungo queste fasi, la prima è la negazione, cioè il giovane non ha paura della morte perché se la vede come qualcosa di lontano, il giovane nega la morte, un eroe vecchio è difficile che ci sia, non l'ho mai visto, di eroi giovani sì, ce ne sono tanti, proprio perché hanno distante il concetto della morte.

Dopo ecco c'è la fase della rabbia e forse nella vita di ciascuno di noi c'è la rabbia dell'adolescenza, il distacco dalla famiglia, i primi dolori, i primi contrasti che vengono vissuti in questa maniera così rabbiosa e mi sembra che questa fase si adatti bene alla rabbia descritta da Kübler-Ross, poi c'è la terza fase ed è quella nella quale noi dobbiamo oggi particolarmente insistere e fare delle considerazioni, anzi che farà sicuramente Padre Bernardo, la fase del patteggiamento, la ricerca di un qualche cosa che dia un senso al nostro dolore e questo io credo che sia veramente molto difficile; ci sono credo in questo patteggiamento due possibilità, una possibilità è quella di credere, credere in una esistenza dell'aldilà, in un Dio che ci ha creato, che ci vuol bene, che ci assiste, che ci segue, che ci dà dei dolori, noi non sappiamo perché ma ce li dà e fino a un certo momento hanno anche questi un senso nella vita nostra e nella vita dell'umanità e questa è una cosa molto importante, che aiuta tantissimo credo ciascuno di noi a superare i momenti difficili della vita.

Poi c'è anche la possibilità invece di non accettare l'idea di questo Dio che ci ha creato e che ci vuol bene, ma nel creare noi stessi un dio che si chiama ideale, ecco le persone che occupano la loro vita, che la spendono per un ideale, beh, anche quelle hanno la possibilità di credere in qualche cosa, perché in definitiva bisogna credere, perché altrimenti non andremo assolutamente avanti.

E questo idolo che noi abbiamo creato e che però è importante, può giustificare tante cose; è bellissima, molti se la ricorderanno quelli che hanno fatto gli studi classici, Èxegì monumèntum àere perènnius.. dalle Odi di Orazio, ho eretto un monumento più duraturo dell'oro e mi sembra che dica più alto delle piramidi, che non lo distruggerà il vento terribile, che non lo distruggerà l'acqua che non lo distruggerà il tempo e poi ecco importante, e spiega bene il concetto sempre Orazio, di me sopravviverà una parte.

Ecco questo è il concetto che praticamente può guidare anche chi crede in un ideale.

O in una maniera o in un'altra c'è poi l'accettazione.

L'accettazione, che spesso c'è e spesso non c'è, spesso o mai viene, non sono fasi che si superano, sono scalini che si salgono, in definitiva dei momenti nei quali si svolge la nostra vita e questi fasi, appunto dell'adattamento può essere un adattamento quale quello di un bue che a un certo momento si vede calato un giogo che lo accetta e che passivamente porta il peso di questo giogo, oppure ecco molto più raramente devo dire, non il peso passivo di un giogo, ma un giogo che uno si prende e se lo porta avanti da sé, è quello dei vari martiri per esempio, che accettano la morte, l'accettano perché sanno che in questa maniera testimoniano la loro Fede e in qualche maniera si mettono nelle condizioni di essere vicino al dolore di Cristo sulla croce, ecco quindi anche questo va detto, ma anche dei martiri per un ideale che non sia un ideale cristiano, martiri per esempio che accettano la morte gridando Viva la Patria, anche quella in definitiva è una accettazione di una morte per un ideale.

Io non voglio parlare troppo, ho parlato troppo e chiedo proprio invece a Padre Bernardo di accompagnarci lungo questo percorso e credo che questa fase del patteggiamento sia una fase particolarmente importante e che lui certamente potrà aiutarci a scoprire e anche a schematizzare.

 

 

Intervento del Padre Abate Bernardo

 

Grazie al Professore, sono io che idealmente, a nome dei tanti malati curati da lei con passione e competenza, le dico grazie per come ha esercitato ed esercita la sua professione, che è vocazione, così come ringrazio l'amica carissima Donatella per le sue parole, Mauro che ci ha spalancato questa bellissima bomboniera dove risuona bellezza, spettacolo e ascolto.

E ringrazio voi tutti. Sono sempre più convinto che Firenze vada debernardizzata quanto prima e invece la vostra pazienza, la vostra benevolenza nei miei riguardi, oggi si fa presenza che mi stupisce e mi riempie di emozione.

Ho anche oggi l'agognata occasione, da quel 13 ottobre scorso, di chiedere di nuovo scusa ufficialmente per la mia agitata reazione a un concerto del File una sera a San Miniato, mi piace proprio iniziare da un mio limite, proprio perché l'abito bianco non vi inganni, la presunta autorevolezza del titolo di Abate di San Miniato non vi faccia pensare che sotto queste lane si nasconda una creatura diversa dal limite che inabita il cuore di ogni vivente, quindi sono memore di quella mia reazione scomposta per la tensione di quella sera, sono felice che l'amicizia col File, con tutto quello che fa il File, i suoi ideali, abbia resistito a quel mio nervoso e sono ben felice davvero di poter contribuire a questo tema che il Professore ha inscritto consapevolmente in un momento da me mai vissuto, ma che tante volte mi capita di ascoltare dalle persone che iniziano a fare potentemente e drammaticamente i conti con quella dimensione della nostra creaturalità, così voglio parlare, la nostra condizione umana, segnata insuperabilmente da un limite, un limite che può diventare minaccioso nel momento della malattia e nella prossimità della morte.

Ho impiegato una parola, lo so, forte, creaturalità, implica già di per se stessa una interpretazione nel segno della Fede, perché parlare di creaturalità significa presupporre un Creatore, significa riconoscersi alterità rispetto ad un altro e penso che proprio questo sia il delicatissimo crinale che proviamo, con qualche spunto, a percorrere insieme ,per rassicurazione, ma soprattutto come possibile intuizione di quello il Professore ha evocato, vorrei dire proprio la notte del patteggiamento, quando qualcuno riconosce la presenza sgradita e sgradevole di una malattia, una bomba ad orologeria innescata, ma trova nel cuore qualche risorsa per porsi dialetticamente contro questa forza disgregante.

E chiedo aiuto ad un poeta, Evaristo Seghetta Andreoli che ha questa lirica che credo davvero ci costringa a riflettere, a far nostro il tema dell'imperfezione dell'uomo, cioè il suo non essere perfetto, adempiuto, compiuto in senso assoluto, recando proprio di fatto, in sé, un limite.

 

E' sfilata via anche questa notte

con l'effetto clessidra,

nello scorrere dei granelli

giù verso il basso,

lento come l'acqua del fosso,

dove la collina spiana,

dove si rispecchia la luna.

 

Eccomi qui, aggrappato

al vetro opaco di questa bottiglia,

spazio finito, lume di candela,

che imperterrito anela

a oltrepassare la sfera

del tempo,

sospeso tra

alfa ed omega.

 

Intanto, la notte

al giorno lega l'Io,

inquieto e imperfetto,

che magnifico

annega.

 

Trovo molto bella ed evocativa questa immersione di un io inquieto ed imperfetto che si riconosce annegante, ma con questa qualificazione importante: magnifico.

Trovo in questo realismo i parametri con cui tornare a riproporci, a farlo cordialmente, senza illusioni ideologiche, senza nostalgie di un passato che non può tornare, ma riproporci cordialmente, una certa idea di umanesimo, riconoscendo proprio nell'uomo, seppure segnato da questa imperfezione una sua magnificenza, se non altro nel poter elaborare un pensiero di sé, proprio come il patteggiamento evocato dal Professore presuppone, che non si rassegna in senso assoluto, desolante alla propria distruzione, che tenta questa risalita del crinale, che prova appunto a riscoprire dentro di sé, comunque, nonostante la minaccia di quel limite, una possibile ulteriore ragione di vita.

Ed è molta bella questa immagine anche del tempo, uno spazio finito, lume di candela che imperterrito anela a oltrepassare la sfera del tempo, sospeso fra alfa ed omega.

Ecco questa grande esperienza che ci caratterizza, e non può non caratterizzarci, anzi noi il tempo lo riconosciamo come il dono dei doni, quello che ci permette di accorgerci, di misurare una possibile reale diversità e anche qui la mia proposta è una proposta che viene naturalmente da uno sguardo di Fede, quello per cui al finale del primo atto del Cavaliere della Rosa la Marescialla arriva a dire, misurando il tempo come invecchiamento della sua pur magnifica corporeità, “il tempo è una creatura di Dio e anch'esso un giorno dovrà obbedirgli”.

Ecco, questa fuga verso una situazione che trasfigura il tempo, in quell'eternità fra alfa e omega, ed è proprio nel riscoprire questa stessa speranza, una misura per noi importante di dignità, con la quale non ci arrendiamo ad una consunzione piena, totale e priva di senso.

Ma questo mio discorso, come in fondo la diagnosi del Professore, non prende le mosse da una visione direi ottimistica e banale della condizione umana, anzi io volevo condividere con voi uno dei ricordi più forti e tetri di Francesco Guicciardini, il numero161. Questo pensatore che con altri, potremmo dire, inaugura la modernità. Egli scrive:

Quando io considero a quanti accidenti e periculi di infermità, di caso, di violenza e in modo infiniti, è sottoposta la vita dell'uomo, quante cose bisogna concorrino nello anno a volere che la ricolta -il raccolto- sia buona, non è di che io mi meraviglio più che vedere un uomo vecchio, uno anno fertile”

In altre parole, parafrasando, Guicciardini ci sta dicendo che, avendo ben presente quali siano gli infiniti accidenti che possono con il loro limite distruggere l'uomo, e del resto quante infinite contingenze possono mandare alla malora un raccolto, una battaglia, la siccità, l'eccesso di acqua, di neve etc egli dice: di niente più mi meraviglio che vedere un uomo vecchio, un anno fertile.

Questa meraviglia e questo stupore di Guicciardini, come già vi ho detto, è intriso in realtà di cupo pessimismo perché pare davvero dirci che in fondo l'anzianità e un buon raccolto alla fine, pur con le mille precauzioni che l'intelligenza dell'uomo può eventualmente elaborare, resta sempre evidentemente una casualità. Ed è questa una delle grandi tentazioni che stanno nel nostro cuore, soprattutto quando ci accorgiamo sulla nostra pelle della vulnerabilità di questa magnificenza dell'uomo, esso è magnifico, certo, ma più forse nella potenzialità dell'elaborazione dei suoi pensieri che nel quotidiano lottare con la vita.

Ecco, io vorrei insieme con voi stamani possibilmente qualificare la meraviglia del Guicciardini, da un lato non perdendo di vista il patteggiamento di cui ci ricordava il Professore, un patteggiamento che significa fare i conti con quel limite, riconoscerlo, ma non fermarcisi e farlo magari con alcuni possibili venti, il vento della bellezza, il vento della speranza, qualcuno dirà il vento dell'illusione, io stamani sono in mezzo a voi, non potrebbe essere diversamente, a proporvi sommessamente una certa quale plausibilità del vento della Fede, ma lo faccio rispettando ovviamente la singola sensibilità di persone che qui, immaginando per quale ragione siete legati al File, hanno vissuto esperienze di sofferenza che io non ho vissuto e che dunque immediatamente mi pongono, e non lo dico per falsa modestia, ma davvero da cuore a cuore, in una dimensione che mi dovrebbe rendere silenzioso e in ascolto del vostro magistero, e tuttavia io sono qui proprio per questo stamani, chiedendovi ascolto, provo ad ascoltare nel vostro silenzio cosa possa essere una sofferenza che gradualmente si arrende alla prospettiva che il Guicciardini implicitamente ci evoca di una casualità.

A questa percezione mi piace immediatamente opporre come diga di bellezza, come vento di bellezza, una splendida lirica di Margherita Guidacci, una poetessa che ha una voce in questo senso vibrante e che può davvero dirci molto con i suoi versi di questa speranza e di questo cuore che non si arrende, che patteggia.

 

Non obbedire a chi ti dice

di rinunziare all'impossibile!

L'impossibile solo

rende possibile la vita dell'uomo.

Tu fai bene a inseguire

il vento con un secchio.

Da te, e da te soltanto,

si lascerà catturare!

 

Questa immagine paradossale di un vento inseguibile con un secchio e che soltanto da te si lascerà catturare, è chiaro è una cosa impossibile, ma appunto la poesia con il suo portato di bellezza riesce a farci percepire come possibile l'impossibile, è il vento appunto della bellezza, di una armonia del cuore che cerchiamo di decifrare e di ritrovare, possibilmente di ricreare intorno a noi, nelle relazioni che stabiliamo, nelle cose che ammiriamo, scoprendo un di più dentro il nostro cuore attraverso l'esperienza della meraviglia e dello stupore che forse argina, magari non con grande consistenza, l'interpretazione sofferta e rassegnata del Guicciardini.

Questa immagine appunto della nostra poetessa fa un tutt'uno direi con la riflessione di un altro poeta, ma questa volta lo leggiamo per la sua elaborazione teoretica segnata dalla percezione vissuta sulla sua pelle, nella sua scrittura, che di fatto la bellezza, anche se elaborata attraverso dei versi che la riverberano quasi all'infinito, da sola non basta a dare senso alla nostra esistenza umana. Mi sono venute in mente preparando confusamente questa mattinata alcune riflessioni dallo Zibaldone del Leopardi, in modo particolare alcune sue pagine del 1820.

Lì Leopardi con grande lucidità ci ricorda di fatto dove tenda il cuore e l'anima dell'uomo. Nel luglio 1820 lui dice:

L'anima, cercando il piacere in tutto, dove non lo trova, già non può esser soddisfatta; dove lo trova, aborre i confini”

Ed è importante questo, qui Leopardi riconosce un aspetto importante, cioè il fatto che l'esperienza del piacere trasfigura il limite, questo confine, questa dimensione che di fatto egli non può non riconoscere, e del resto nemmeno noi, come un crinale estremamente complesso per la nostra esistenza, ma quando noi avvertiamo il piacere qualcosa di questo crinale si abbassa, sentiamo che il nostro corpo, le nostre emozioni, per qualcuno anche lo spirito davvero, si espande nella esperienza della piacevolezza.

Di nuovo ci imparentiamo col bello di cui abbiamo parlato prima, ma qui devo dire, voglio includere tutta la gamma dell'esperienza del piacevole, non escludendo naturalmente anche questa mirabile architettura sensuale che porta con sé tra l'altro il riverbero della bellezza di Dio, la sua immagine e la sua somiglianza e che è il nostro corpo, il nostro volto e guai a chi, in nome di una dimensione assolutamente riduttivistica della rivelazione biblica, ritiene che il cristianesimo divorzi con la corporeità, anzi, il contrario, tutta l'incarnazione è una esperienza di insistenza sulla corporeità come luogo teologico dell'esperienza della salvezza e dell'amore di Dio.

Dunque Leopardi ci ha avvertito, per cui quando si sperimenta il piacere, si aborre il confine. E allora egli ci consegna una riflessione importante, ricordando con grande lucidità che effettivamente l'uomo i piaceri li incontra assai raramente, ma riconosce alla nostra intelligenza, al nostro cuore una prospettiva ulteriore, e in questo forse ci dà un contributo in più rispetto al Guicciardini e al suo sguardo lucido e realistico.

Egli dice, sempre nello Zibaldone, che quando proprio quello che vediamo ci scoraggia, ci rattrista etc etc ecco che noi abbiamo l'immaginazione.

..in luogo della vista, lavora l'immaginazione e il fantastico sottentra al reale. L'anima si immagina quello che non vede, che quell'albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe, se la sua vista si estendesse da per tutto, perché il reale escluderebbe l'immaginario”

La bellezza, l'immaginazione, la fantasia, Leopardi mi sembra che spacchi uno di questi vetri del bellissimo soffitto e ci faccia volare un pochino più in alto rispetto alla diagnosi così cupa del Guicciardini e ci dice appunto che: “..qualunque cosa ci richiama l'idea dell'infinito è piacevole per questo, quando anche non per altro. Così un filare o un viale di alberi di cui non arriviamo a scoprire il fine. - se Pagliai potesse muovere questo soffitto e mettere magari uno specchio davanti a un altro specchio, lo ringraziamo per l'ospitalità, avremmo questa stupefacente esperienza di volti che si moltiplicano all'infinito, io da bambino mi incantavo, forse lo farei ancora fosse possibile- Questo effetto è come quello della grandezza, ma tanto maggiore quanto questa è determinata, e quella si può considerare come una grandezza incircoscritta”

 

Però, Leopardi è Leopardi, e se ci invita a lavorare con l'immaginazione, se dà libera via a quella poeticità dell'infinito che ognuno di noi dovrebbe comunque riscoprire facendo parlare come ci ha fatto parlare Evaristo nella poesia con cui abbiamo iniziato questo nostro incontro, un lume di candela, un vetro opaco di bottiglia, come spazio finito in cui però misuriamo la possibilità di una clessidra che arriva nel nostro cuore, almeno a misurare, ad agognare l'infinito, Leopardi nonostante tutto questo ci ricorda con lucidità estrema quanto quell'infinito di fatto che la nostra immaginazione e fantasia possono liberare e percepire, godere, di fatto però non corrisponda alla realtà.

Vorremmo godere dell'infinito, ma ciò che è privo di limiti esiste per noi solo come allusione, sogno d'irraggiungibile attingimento, giacché esso stesso è una forma del nulla: “pare che solamente quello che non esiste, la negazione dell'essere, il niente, possa essere senza limiti, e che l'infinito venga in sostanza a esser lo stesso nulla””

E allora voi capite bene che questa sorta di tensione inarrestabile che è la nostra immaginazione e la nostra fantasia, quel deltaplano che nella notte del patteggiamento ci fa pregustare fra alfa e omega la possibilità di una sostanziale sospensione del tempo, quanto meno per affacciarci, se non bussare, affacciarci verso il grande orizzonte dell'eternità, di fatto per Leopardi è il niente.

È una esperienza di fatto importante, qualificante dell'umano, ma inevitabilmente destinata ad una frustrazione.

La bellezza di fatto ci può aiutare, la nostra capacità immaginifica, la nostra fantasia, la nostra creatività, la nostra sensibilità con cui riconoscere nella creatività altrui tutto quello che avremmo magari noi voluto dire, pensare, disegnare, per prendere il volo da questa contingenza stretta e così divorante, apre, ma non è sufficiente, a tenerci in quota.

Ecco questo mio pensare, carissimi amici e amiche, non è, come dire, una più o meno ben costruita omelia che vuole necessariamente farvi tutti approdare al lido della Fede, so che questo mio pensare potrebbe farvi pensare questo, io vi sto mettendo a nudo il cuore, la mia anima, vi sto in fondo raccontando la mia vita, come io, attraverso questi possibili crinali ho cercato di sentire trasfigurato nel mio cuore questo limite che di fatto sento nello stesso tempo qualificante la nostra intelligenza umana, perché vedete, cosa sarebbe l'uomo se non si ricordasse di avere un limite, di essere un limite?

Quale assurda e pericolosa idolatria di se stesso potrebbe inventare l'uomo che non si ricordi di essere segnato, appunto da quella che io chiamo creaturalità, ma chiamiamola appunto limite, imperfezione, dice Evaristo in un'altra sua lirica, e amo questa parola, amo i suoi versi dove egli, in modo drammatico, canta questa inquietudine da imperfezione, nella mia percezione e nella percezione di questo limite sta, io credo, uno dei grandi contributi che, direi a tutti, offre sommessamente la tradizione spirituale e in modo particolare monastica con quella sua sorta di concetto chiave dell'esperienza monastica che è l'humilitas, l'humus, l'uomo fatto di terra, di humus, sul quale naturalmente si è deposto come soffio di vita, il pneuma, la Ru-ha di Dio creatore, ma nello stesso tempo l'uomo deve ricordarsi di questa sua consistenza argillosa, fragile, che evidentemente lo preserva, e lo deve preservare, da qualsiasi forma di autoesaltazione, ai costi di tutti, a costi delle altre culture, a costo, ci ha ricordato Papa Francesco in Laudato Si, dell'ecosistema che ci ospita e che Dio ci ha affidato come cura responsabile, proprio perché non è destinato in senso assoluto all'uomo stesso ma, come l'uomo riorientato a colui da cui tutto viene, Dio.

Quindi questo esercizio realistico dell'imperfezione dell'uomo, se da un lato ci sconcerta e ci spaventa e ci costringe a dolorosi e sofferti patteggiamenti quando esso si fa esplicitamente e irrimediabilmente minaccia di morte, dall'altro però ci serve enormemente e potentemente per uno statuto per noi davvero reale e autentico della condizione dell'uomo, anche per qualificare le relazioni con gli altri.

Io non voglio insistere sulla relazione che per me è la relazione delle relazioni, quella con l'alterità, ma anche la relazione con gli altri, riconoscendo quel mio limite come l'inizio da cui riparte quell'altro, con cui insieme vederci trasfigurati in tutte le nostre pretese di autoreferenzialità e scoprirci in una complementarietà feconda di amore, feconda di giustizia, giustizia nel linguaggio biblico vuol dire buona relazione, feconda appunto di quelle opere buone che nascono da una ritrovata percezione solidale della condizione umana, proprio perché l'uomo da solo, banalmente, non ce la può fare.

Vorrei dire non ce la deve fare!

Ecco allora, questo limite qui è un limite che ci fa prendere in prestito una espressione molto bella di George Simmel che arriva a dirci come l'uomo sia un essere confinario che non ha confini.

Un essere confinario che non ha confini! Dove appunto il non aver confini è tutto quello che stiamo provando a intuire attraverso la bellezza, attraverso questa immaginazione che Leopardi ci ha in qualche modo consegnato, pur con molte avvertenze per l'uso e nello stesso tempo però anche l'uomo come creatura confinaria.

Allora in tutto questo e su tutto questo si erge potentissimo un monito che è uno dei passaggi con cui felicemente e salutarmente mettere un po' in crisi, ancora una volta, la nostra finitezza e devo dirvi che qui devo chiedere davvero soccorso ad una riflessione importante di un pensatore italo tedesco del '900, Romano Guardini.

Molte delle sue intuizioni teologiche sono sottese a tante pagine del magistero del Vaticano II; egli ci aiuta a leggere una fondamentale distinzione fra l'uomo e gli animali e premetto che questa lettura, carissimi amiche e amici, non intende nessuna squalificazione verso quelle sensibilità che, peraltro con buona ragione, mostrano una attenzione estrema alla vita delle altre creature che non senza buone ragioni si ritiene indisponibile per la nostra alimentazione, io non sono vegetariano, ma posso rispettare e di fatto rispetto questa sensibilità, però qui il nostro ragionamento si sposta su un ambito oserei dire filosofico. Dice Romano Guardini:

Un animale è immediatamente identico a se stesso. Diciamo più esattamente: per un animale non esistono domande. E' come è, inserito e risolto nel proprio ambiente. Di qui l'impressione di “naturalezza” che l'animale ci fa: esso è tutto quanto come deve essere in rapporto alla sua essenza e alle condizioni ambientali. -l'istinto, che naturalmente può permettere ovviamente risposte anche molto varie, diremmo intelligenti alla modificazione dell'ambiente, delle diverse sollecitazioni che possono minacciare o al contrario qualificare la vita di un animale, ma di fatto noi non possiamo non parlare di una naturalezza istintiva, guardando al pur straordinario comportamento degli animali- Con l'uomo le cose non stanno così. Egli non si risolve in ciò che è e in ciò che esiste riferito a lui. Egli può porsi in distanza da se stesso e riflettere su se stesso; può giudicarsi; può desiderarsi al di là di ciò che è in direzione di ciò che vorrebbe o dovrebbe essere.”

Qui Guardini ci sta credo aiutando a riscoprire proprio l'uomo in quella sua dimensione morale, nel senso alto e bello di questa parola, in direzione di ciò che vorrebbe o dovrebbe essere, nella sua dimensione morale significa in tutta l'avventura della libertà dell'uomo, nello scoprire e scoprirsi in relazione con gli altri, ma anche con idee che mettono in crisi la sua istintiva autoaffermazione, quello che potremmo chiamare il suo impeto di sopravvivenza, e in questa prospettiva può iniziare, e deve iniziare, e di fatto inizia, per ciascuno di noi la grande avventura del confronto con gli altri, con le esigenze mie personali e quelle dell'altro che mi sta di fronte iniziando, come ormai le scienze umane ci hanno definitivamente dimostrato, dai primissimi istanti della nostra vita, addirittura fetale, questa è la grande avventura dell'uomo nella sua capacità di pensare su tutto questo, non limitarsi a viverlo istintivamente e qui il nostro Guardini usa una parola fondamentale che mi serve stamani tantissimo proprio per -con buona pace di Leopardi e ancor più di Guicciardini- provare a distendere un po' queste vostre ali, queste nostre ali del cuore che tante volte si lasciano un po' imprigionare in gabbie di disillusione e di rassegnazione, gabbie che hanno anch'esse una loro ragionevolezza eh!

Però qui siamo insieme a dirci, ed è credo la spiritualità -scusate l'espressione impropria, direi veramente la filosofia, questa è la parola giusta- del File, non vogliamo essere prigionieri della paura, non vogliamo essere rassegnati alla sopravvivenza, vogliamo provare a uscire fuori da noi stessi per tendere una mano, per intercettare la mano di chi in quell'ordigno a orologeria tenta o si rassegna a morire, prima di quanto può e deve morire.

Quindi a noi ci piace una parola che Guardini qui usa “desiderare”, questa parola che contiene, come l'etimologia dimostra, anche se naturalmente la mia è una etimologia poetica, la stella, sidus, quella presenza infinita che sta nella finitezza del nostro cuore.

L'uomo dice Guardini, “può desiderarsi al di là di ciò che è in direzione di ciò che vorrebbe o dovrebbe essere”, una sorta di desiderio di cometa, per la quale tornano potentemente alla memoria le parole dello stesso Pascal in uno dei suoi pensieri. Poche parole, ma le vorrei, anche se in italiano, citare con esattezza: L'uomo supera infinitamente l'uomo-

E' un sostanziale paralogismo, ma ci serve proprio perché, laddove si attenua il rigore logico, si espande però una prospettiva che a noi sembra rendere giustizia di questa struttura desiderante del cuore dell'uomo che Leopardi in realtà ha già in parte fotografato, ma vorrei dire una fotografia bellissima, ma in bianco e nero, noi abbiamo bisogno del colore!

Lo so, faccio un po' il retore qui, ma ci stiamo in questa prospettiva per cui effettivamente pensare che questa immaginazione che gusta l'infinito, sia alla fine solo e soltanto un esercizio di virtualità originato, ancorato ed esercitato in rapporto ad un nulla, ci sembra una prospettiva che raggeli la nostra dignità umana.

Essa trova una definizione autorevole in questa prospettiva che io sono solito citare, perché forse nessuno più di lui riesce a scolpirla con parole che hanno una oggettività anche logica, di straordinaria pregnanza, e anche perché è in fondo dai suoi libri che la cultura novecentesca di fatto diventa, in tante sue espressioni, quello che è diventata e lo dico naturalmente con un giudizio intellettuale, oso usare questo aggettivo, cioè non banalmente di parte, riconoscendo del genio quando Levi Strauss in Tristi Tropici ci ricorda un dato che l'immediatezza in fondo inaugurata da Guicciardini non può non dirci:

il mondo è cominciato senza l'uomo e finirà senza di lui, abbiamo sì l'illusione di poter difendere col potere e la tecnologia quanto le nostre culture hanno elaborato cercando di disarmare progressivamente la natura, ma quanto alle creazioni dello spirito umano, il loro senso -qui si pensa e si deve pensare a tutto arte bellezza compresa -non esiste che in rapporto all'uomo e si confonderanno nel disordine quando egli sarà scomparso”.

Voi capite bene che in questa prospettiva l'uomo e le sue creazioni di fatto resteranno, in un futuro planetario cosmico che la scienza ci aiuta tra l'altro ad immaginare sempre con più precisione, di fatto non resteranno che con la stessa consistenza di un fossile. Di un fossile.

Io credo che arriviamo qui davvero a questo fondamentale discrimine di prospettiva che, sempre in questo percorso che vi propongo, è arrivato a proporre anche al mio stesso cuore: la prospettiva che davvero tutto di noi non fosse che destinato a diventare un fossile, con la sola differenza che non ci sarà nessuno che lo potrà catalogare, eventualmente scoprire anzitutto, catalogare e possibilmente conservare e custodire.

 

Amore

è questo senso d'ali: averle, aprirle,

fendere con il petto un elemento ignoto

finora – e a un tratto divenuto la patria.

Come sono lontani il guscio e il bozzolo

a cui credemmo appartenere, il buio

dove crescemmo e dove non faremo

mai più ritorno!

Lieta o dolorosa

che sia la nostra ultima sorte, ormai

siamo per sempre segnati dal cielo.

 

E questi sono versi ancora della Guidacci, perché mi servono per un battito d'ali, ancora una volta, come ella immagina rileggendo poeticamente un evento del tutto naturale, come ci direbbe Guardini, l'istintività naturale del tutto inscrivibile in quella vicenda che Levi Strauss in Tristi Tropici riconosce certamente ammirabile dall'uomo, ma che ha come confine solo e soltanto il soggetto uomo, finchè esiste.

Però la nostra Guidacci, in questo contemplare la metamorfosi di bozzoli che, dall'oscurità finalmente diventano farfalle e quindi possono spiccare il volo per essere finalmente creature segnate dal cielo, ci introduce a una esperienza che a nostro modesto avviso in fondo può essere una coltre di rugiada luminosa che su quei fossili tratteggiati da Levi Strauss, restituisce al nostro inquieto indagare, al nostro desiderare, uno statuto più forte, quello appunto della speranza.

Lo stesso Leopardi arriva davvero a riconoscere all'uomo questa duplice dimensione dell'attesa e della speranza, l'uomo che attende perché desidera, ma l'esito è quel nulla di cui si è parlato.

Però la nostra Guidacci ci parla di amore, amore è questo senso di ali, averle, aprirle, fendere con il petto un elemento ignoto finora e a un tratto divenuto la patria.

L'amore come spinta di un desiderio che davvero sembra dare ragione a Pascal, l'uomo che infinitamente supera l'uomo, insisto sull'amore riconoscendo di percorrere sentieri mille volte percorsi, per cui le mie parole vi suoneranno estremamente banali, ma qui devo anche, e voglio soprattutto, recuperare quella dimensione che il Professore ha evocato all'inizio, dimensione appunto di un ideale per il quale spendersi, il suo quello di una medicina al servizio dell'uomo nella sua integrità, non esclusivamente corporea, è il magistero e la testimonianza che lo hanno reso e lo rendono grande ai nostri cuori, al nostro sguardo, e da lui possiamo accogliere questa prospettiva perché più che le parole è la sua vita, non è possibile immaginare un medico che abbia esercitato così la sua professione senza amore, amore per la sua professione, amore per le sue passioni, amore per gli altri che gli arrivano segnati da un limite che minaccia la loro capacità di amare, il loro volo.

Su questo amore, in questo magnifico bozzolo di bellezza che è questo piccolo teatro credo possiamo davvero ritrovarci tutti, nella prospettiva cioè di una cura, di una attenzione, di un desiderio che con la stessa forza, lo stesso statuto dell'amore, qualunque amore sia ben chiaro, di fatto ci ha consegnato, guai se non fosse, a ciascuno di noi quell'esperienza più o meno transitoria, più o meno ragionevole, più o meno giustificata per cui a un certo punto, come diceva il mio confratello americano Thomas Merton, “amando l'uomo sperimenta seppure per qualche istante una sua onnipotenza”.

La famosa frase di Gabriel Marcel “quando dico che ti amo dico che tu non morirai mai”, una espressione, una citazione notissima, fin troppo scontata, ma che ci riporta davvero a questa dimensione fortissima dell'amore che restituisce, io credo, una dignità alla nostra condizione umana, una dignità che davvero ce la fa gustare come orientata ad una prospettiva, avventurosa quanto si vuole, ma che in quanto amore, cioè in quanto tensione infinita verso l'altro, non può di per sé conoscere o per lo meno ipotizzare un limite assolutamente invalicabile.


Guardate che il nostro Dio, il Dio di Gesù Cristo è credibile dal mio punto di vista solo e soltanto perché amore, amore amante ed amore amato. In altre parole, la prospettiva che in fondo la vicenda del Signore Gesù ci prospetta, come dato storicamente verificabile, nel senso non che pretenda che tutti riconoscano in Gesù il Figlio di Dio, ma tutti possiamo verificare nel racconto del Vangelo un tratto oggettivo del Signore Gesù, la sua passione per l'umano, cioè noi riconosciamo in Gesù un Dio alla ricerca dell'uomo, un Dio che ama per essere amato, un Dio che desidera di essere desiderato dall'uomo, questo sconfinamento di Dio nell'umano, attraverso il vettore dell'amore è quello che lo rende di fatto, come dire, credibile e affidabile, perché ci riconosciamo il nostro stesso movimento, cioè noi come lui assetati di amore e di essere amati e desiderati, per dare adempimento alla nostra condizione umana, preso atto che da soli non ci bastiamo, da soli non ce la possiamo fare, quel limite di cui si è parlato prima, quel confine che, grazie a Dio, ci fa ricordare appunto la necessità inderogabile per l'uomo su tutti i versanti, economico, sociale, politico di non installarsi in se stesso, come fa per sopravvivere l'animale, Guardini ce lo ha insegnato, l'uomo è un animale esodico, desiderante, che si pone in distanza da se stesso, con tutti i rischi che ciò comporta, ma in questo noi ci riconosciamo l'avventura di Dio nei nostri riguardi, una avventura dirà Bonhoeffer a carissimo prezzo, come la croce e il Signore Gesù implica e mostra, che chiude di fatto una parabola che fin dall'inizio, la sua nascita a Betlemme, è nel segno di questo rischio supremo di non essere accettato, di non essere accolto. Gesù nasce, ce lo ha ricordato il racconto di Natale recentemente, fuori Betlemme perché Luca -postilla- per lui, per loro, non c'era posto in albergo, è un dettaglio reale, ma simbolico anche naturalmente e che nella riflessione tutta teologica del Prologo diventa “ma i suoi non lo hanno accolto. A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio” è l'unica volta in cui nel Nuovo Testamento esiste la parola potere, con una accezione assolutamente positiva, perché in realtà è un non-potere, perché è la passività dell'essere risucchiati, per così dire, per grazia e per mistero in questo amore che ci fa riscoprire, in questa dimensione oggettivamente debole, fragile, incompiuta che è la nostra figliolanza.

La nostra figliolanza. Il grande limite con cui nasciamo, perché senza un padre e una madre noi non possiamo nascere, generalmente senza un padre o una madre, o comunque chi la buona sorte o la provvidenza ci mette accanto, noi possiamo crescere, allora ecco vedete che è questa dimensione e Simmel l'ha magnificamente sigillato, l'uomo come creatura confinaria senza confini e che questa esperienza del Dio del Vangelo di Gesù Cristo viene così potentemente a narrarci, cioè una narrrazione, quella del Vangelo, che qualifica le coordinate dello spazio e del tempo in cui si muove Dio attraverso Gesù Cristo perché l'uomo possa riscoprire come, in questo quadro spaziale e temporale, questa nostra vita, se lui è venuto a perderla per noi, noi la possiamo perdere per qualificarla, perché questo è l'altro grande paradosso, chi ama la propria vita in realtà resta chiuso in essa e muore, chi dona la propria vita muore, ma in realtà vive, il paradosso no?

Il paradosso che vi fa capire come questo amore cantato dalla Guidacci è un amore davvero trasformante, è una vera e propria metamorfosi per cui, dal bozzolo autoreferenziale, ci avventuriamo verso l'elemento ignoto del cielo, ma direi davvero del petto, cioè il nostro cuore.

Qui la poetessa intuisce tutto in pochissimi versi e io vi confondo la testa con miriadi di parole, guarda un po', a non essere poeta!

 

Io di fatto qui posso anche fermarmi, con due corollari importanti, anche perché questa non è una chiesa, è un luogo che ha comunque una sua misteriosità, in cui un animale liturgico come chi vi parla si trova a suo agio, anche se pieno di tensione, io so che qui ci sono e devono esserci sensibilità diverse e io devo dirvi che uno dei passaggi più forti e anche più inaspettati della Laudato Si, dove il Papa Francesco va verso sentieri importanti, non è soltanto tutta la sua una grande riflessione sulla condivisione dei beni e guardate che i temi ecologici, ve lo devo dire, appartengono a un patrimonio di riflessione della Chiesa non improvvisato da Papa Francesco, la sua bellissima enciclica è piena di citazioni di Paolo VI, di Benedetto XVI, di Giovanni Paolo II, però ci sono naturalmente delle importanti novità e una delle novità più significative è in una nota in cui Papa Francesco ospita una esperienza della grande tradizione sufi, Ali Al-Khawwas dove egli ci dona una prospettiva importante che non possiamo, e non dobbiamo, liquidare col rischio di uno scivolamento non dogmatico nel panteismo, è chiaro che dal punto di vista della tradizione cristiana dovremmo stare attenti a non scivolare in una prospettiva, in sede di riflessione, che porti a sacrificare un dato per noi comunque importantissimo, cioè la trascendenza di Dio, ma nello stesso tempo è ben significativo che il Papa, in una enciclica tesa a restituire all'uomo la consapevolezza che la terra non gli appartiene e che semmai è un patrimonio anch'esso nell'arco del tempo, quindi per generazioni che hanno lo stesso mio diritto di trovare acqua, terra, meno cemento, aria pulita di quelli che ho io, adesso in questa prospettiva egli ci dona uno sguardo pieno di amore che sappia ritrovare l'amore anche in tutto ciò che esiste e questo è uno sguardo mistico, appunto uno sguardo in cui tutta la realtà, anche gli animali, ma anche le piante, acquistano, come dire, questo senso di presenza che il profeta Baruc nella scrittura che noi leggiamo tra l'altro la notte di Pasqua canta mirabilmente, nelle stelle che rispondono a Dio dicendo: Eccoci! Le stelle, il desiderio stesso di Dio fatto astro, a dire ciò che di tutta la creazione in realtà è davvero risposta ad una domanda di amore che viene da lontano e noi in questa risposta corale, dove tutto ha un sua dignità per il semplice fatto che esiste, vorremmo in un certo senso ritrovarci per dare a questo nostro amore anche questa capacità effusiva, diffusiva, che includa e trasfigura anche la stessa penombra, la stessa ombra , la stessa oscurità, la stessa morte. Qui siamo giustamente tutti in trincea contro la morte, qui ho un generale pluridecorato per avere dispiegato, grazie a Dio, eserciti sapientissimi, e scusate l'immagine metaforica, contro questo nemico che è la morte, ma un limite nel limite è davvero escludere questa dimensione, tra l'altro così misteriosamente naturale e così misteriosamente necessaria per dare spazio ad altri, che è la morte stessa.

In questa prospettiva vorrei che il nostro amore avesse, coraggiosamente, in fondo sul modello della stessa croce del Signore Gesù che Egli, per questa cittadinanza estrema dell'amore, trasforma non a caso da strumento di morte in strumento di amore, vorrei che questa nostra pupilla del cuore si dilatasse in un desiderio che non esclude più niente, che ha a cuore tutto ciò che esiste , che in questo sforzo prende sulle sue spalle anche l'oscurità, il male, l'indecifrabile, l'ingiustificabile per fargli fare strada, perché solo attraverso il movimento -ce lo ha insegnato Tarkovskij, che ricordiamo in questo suo trentennale di morte, in alcune sue mirabili pagine sullo scolpire il tempo e sulla sua narrazione cinematografica davvero come racconti in cui tutta la realtà, penso al film “Il sacrificio”, nel suo ripetersi è destinata ad altro, ecco che Al-Khawwas ci dice:

 

Non bisogna dunque biasimare per partito preso la gente che cerca l'estasi nella musica e nella poesia. C'è un “segreto” sottile in ciascuno dei movimenti e dei suoni di questo mondo. Gli iniziati arrivano a cogliere quello che dicono il vento che soffia, gli alberi che si piegano, l'acqua che scorre, le mosche che ronzano, le porte che cigolano, il canto degli uccelli, il pizzicar di corde, il fischio del flauto, il sospiro dei malati, il gemito dell'afflitto...

 

La poesia, dice Al-Khawwas, allora perché non concludere con la poesia e non poteva che essere Mariangela Gualtieri per queste sue due liriche in cui ella ci canta questo di più dell'uomo irriducibile ad immagine, a foto, a radiografie, a fossili, presenti passati e futuri che con la lucidità del raziocinio, ma forse senza l'ala della bellezza e dello stupore, vorrebbero inchiodarci ad un passato privo di speranza di desiderio.

 

Lo sento ora, con una precisione

che metto in parole qui per te.

Dirti questa visione semplice.

Nessun metraggio ci contiene

nessun confine di sponda

nessun nome è bastante

in nessuna foto noi veniamo

nessuna telecamera riprende per intero

questo essere nostro che slegato si estende

tutto impastato di infinità.

 

 

 

 

 

 

La gioia si condensa

in particelle legate, si fa sfera rotante

e firmamento, si getta

nella vita danzante

senza perire, senza esaurire,

immutata, intoccata, seducente.

Conduce a sé e il morire dei corpi non è

che l'entrare fuori misura.

Senza chili, senza metri, senza

particelle. Alleluiare.

 

Grazie

 

 

 

Domanda dal pubblico:

 

Spesso mi sono chiesto e non mi sono mai dato una risposta:

E' Dio che pensa l'uomo o è l'uomo che pensa Dio?

 

Risposta dell'Abate Bernardo:

 

Guardi, la sua domanda è la domanda che sta al cuore della mia vita, perché in realtà senza civetterie improprie, è chiaro che una vera Fede, credo, sia porsi tutti i giorni questa domanda e io dico sempre che, insomma, la tradizione ha consacrato come virtù teologali la speranza e non la certezza, pertanto credo che questa domanda sia assolutamente “la domanda” in definitiva ed è forse necessario dirle grazie per questa domanda perché mi consente forse, dopo tutto questo percorso che solo la vostra bontà ha pazientemente provato a seguire, di riportarvi un po' alla questione di fondo, nel senso che io ho trascorso un po' di anni della mia vita nella piena convinzione che di fatto Dio fosse una elaborazione, un pensiero dell'uomo e quello che ha aperto nel mio cuore una possibilità alternativa a questa percezione è quello che appunto ho salutato nell'arco di questa relazione con la poesia della nostra Guidacci parlando proprio di amore.

Cioè è davvero l'amore l'unica cosa autenticamente credibile e nella vicenda, per quello che è giunto al mio cuore, immerso in questa storia qui, in questo ambiente qui, sapendo anche di quanto possa essere di fatto contingente, e debba essere di fatto contingente, l'appartenere all'una o a un altra cultura, tradizione etc etc, ma al mio cuore -qualcuno qui sa benissimo anche in che circostanza da lui stesso propiziata- io di questo pensiero di Dio ho ricevuto una esperienza che me lo assimilava ad un gesto di amore, di ricerca del mio cuore nel segno tra l'altro di un amore, tanto più credibile quanto più nudo, scoperto, e arrischiato nel venire incontro all'uomo e ho pensato che correre il rischio di non riconoscere un'alterità, comportava un rischio maggiore, quello di chiudermi nei confini della mia presunzione, quel presumere che rappresenta sempre alla fine un segno di debolezza. San Benedetto nella Regola uno dei verbi negativi che più impiega per squalificare una cattiva esperienza monastica è appunto la presunzione, perché uno se presume è una persona che non si butta nella vita, non si butta nella storia, non si avventura negli spazi, resta installato nella presunzione appunto, in tutto ciò che dà per conosciuto una volta per sempre e San Benedetto nella Regola chiede al maestro dei novizi di verificare, per accogliere o meno un potenziale monaco, solo un tratto, che egli sintetizza con questa espressione di sapore biblico, ma non biblica, una sua intuizione stupenda, si entra in monastero per versamente Quaerere Deum, cercare Dio, questa dimensione appunto che implica un dinamismo, un uscire verso, presupponendo per speranza che Lui è uscito verso noi, per cercarci e questo significa appunto una attenzione alla realtà che mi circonda, in fondo non troppo diversa da quella di un poeta, perché per un poeta generalmente si suole dire, ma è un po' davvero così, in fondo i quattro poeti che abbiamo ascoltato stasera tutti ce lo insegnano, la realtà parla, il famoso versetto di Montale dove i gabbiani invitano a cercare più in là, e anche per questo ho voluto ricordare quel brano che papa Francesco audacemente ricorda, perché davvero è una prospettiva che in realtà si salda con un orecchio e a un cuore lirico, interpellato ogni giorno a riconoscere, attraverso il limite, la possibilità di una ulteriorità, oltre quel crinale appunto che è il mio limite, senza presunzione, con l'avventura, con l'esercizio dell'intelligenza e soprattutto con la passione dell'amore.

Questo è un po' quello che mi sento di rispondere, affratellandomi anche alla fatica del riconoscersi pensati da Dio, soprattutto nel riscontro drammatico di tante cronache di ogni tempo.

 

Trascrizione a cura di Grazia Collini

Fotografia di Mariangela Montanari