Essere monaci a San Miniato al Monte

È davvero difficile immaginare senza custodia il varco che apre allo stupore dell’uomo la suprema bellezza della futura dimora celeste. Oppure pensare priva di sentinelle la porta che presidia il bene della città, sul cui destino veglia sempre lo sguardo amoroso e benedicente del nostro grande Cristo Pantokrator.
Ancora più assurdo sarebbe lasciare senza voce quel canto che secondo il magistero del Concilio Vaticano II vuole anticipare «la liturgia celeste che viene celebrata nella santa città di Gerusalemme», della cui intatta bellezza l’architettura di San Miniato è segno e bagliore. La nostra vita di monaci su questo monte vuole dunque assicurare un’umile ma tenace presenza che sia profezia, custodia e invocazione all’amore di Dio per il bene e la salvezza di tutti.
E perché sia presenza solo fondata sulla fede nel Cristo morto e risorto per noi, ogni giorno cerchiamo di imparare a vivere il Vangelo immergendo nel suo amore infinito ogni fragile tratto della nostra umanità. Solo così possiamo sperare che ci venga finalmente donato un cuore davvero monastico: un cuore che sia allo stesso tempo «amator Dei, fratrum et loci».